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Cigarettes After Sex – Cry

L’hype che monta sui social è il diffusissimo male che sta bruciando decine e decine di esperienze artistiche che, se coltivate il tempo necessario, avrebbero decisamente potuto fare meglio di quanto poi fatto. Balzati agli onori della cronaca senza neanche un disco fuori, diventati un piccolo culto senza aver mai calcato palchi di prestigio, i Cigarettes After Sex avevano nonostante tutto colto nel segno con il loro omonimo esordio dato alle stampe nel 2017, perché in fondo avevano segnato a porta vuota: una versione minimale dello shoegaze, un po’ di dream pop, una punta di slowcore e il gioco s’era fatto da solo. Impossibile non centrare il bersaglio, quantomeno la prima volta.

Nessuna band, però, può sfuggire alla prova del tempo e il sospetto che quella di Greg Gonzalez e i suoi potesse essere una proposta troppo in equilibrio precario su un flebile canovaccio, con Cry diventa una certezza: nove brani per quaranta minuti complessivi di un’unica, lunghissima, melensa e monocorde mappazza che non solo rende praticamente impossibile apporre dei marker distintivi al suo interno, ma risulta quasi perfettamente sovrapponibile al lavoro precedente.

I Cigarettes After Sex provano a ricalcare certe soluzioni dei Beach House ma senza possederne l’abilità nel creare le atmosfere (oltre a non avere tra le loro fila Victoria Legrand), cercano di fare il verso ai Mazzy Star ma senza averne l’attitudine lo-fi (oltre a non avere tra le loro fila Hope Sandoval), prendono spunto dagli Slowdive d’annata ma con un impatto melodico esponenzialmente ridotto (oltre a non avere tra le loro fila Rachel Goswell). In pratica un continuo e stucchevole “vorrei ma non posso” che alla lunga finisce per stancare.

Mantenendo positiva la valutazione sull’opera prima (perché “one shot” il colpo poteva dirsi riuscito), “Cry” non aggiunge nulla all’immaginario che i Cigarettes After Sex s’erano furbescamente cuciti addosso, ma gli toglie tanto in termini di proiezione futura: le difficoltà nell’uscire fuori seppur lievemente dalla propria comfort zone sono piuttosto evidenti, vuoi per incapacità, vuoi per mancanza di volontà. Ma è chiaro che, se già adesso al secondo disco la valutazione del trio va rivista al ribasso, restando così le cose non ci sarà da aspettarsi granché da parte loro.

(2019, Partisan)

01 Don’t Let Me Go
02 Kiss It Off Me
03 Heavenly
04 You’re the Only Good Thing in My Life
05 Touch
06 Hentai
07 Cry
08 Falling in Love
09 Pure

IN BREVE: 2/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.