Daughters – You Won’t Get What You Want

Finalmente. Finalmente, in un’annata abbastanza dominata (tanto per cambiare) dal rap e generalmente consacrata a tiepidi entusiasmi, arriva un album dal notevolissimo contenuto infiammabile. Finalmente, al fotofinish, ci godiamo un disco tutto sommato inatteso – sia perché giunto dopo otto primavere di assenza della band, sia perché il miglior album di un gruppo è sempre, in qualche modo, inatteso.

Finalmente, i Daughters si prendono un appartamento con superattico e vista sul 2018 esclusiva, dopo un crescendo continuo e difforme che avanza dal 2003. Finalmente, finalmente, finalmente. La lunga attesa dopo l’omonimo LP del 2010, che li aveva forse definitivamente consacrati, si tramuta oggi in una fumata bianca di vaticana opposizione: nel senso che sembra più Lucifero a muovere le fila di questo marcescente lavoro.

You Won’t Get What You Want è un pugno nello stomaco nerissimo, coeso e martellante – capace di alternare ritmi rabbiosi ad oscure supernove indutrial/noise. Comincia à la Suicide con City Song, con i gemiti di un Alexis Marshall in preda agli spasmi – e prosegue con due classici immediati come Long Road, No Turns e soprattutto Satan In The Wait: una specie di brano gemello di ciò che fu “March Of Progress” dei compianti Viet Cong, nel 2015. Forse è un caso se il grido “I don’t lie!” che apre la splendida The Flammable Man assomiglia ad “Allah!”; e forse è sempre un caso se a chiudere un dittico così selvaggiamente HC ci pensa una traccia chiamata The Lords Song.

Ricominciando da Less Sex, il pezzo probabilmente più nickcaveiano del lotto, i giri riprendono la medesima corsa di prima con la granitica The Reason They Hate Me, per poi allungarsi senza perdere smalto nella dichiaratamente swansiana Ocean Song. La disperatissima Guest House è un magnifico riassunto dell’opera, col suo refrain graffiante e magniloquente: “Ho bussato e bussato e bussato e bussato / e bussato e bussato e bussato e bussato ancora / Fatemi entrare”. Sembrerà telefonato, ma la medesima invocazione è nient’altro che un avviso all’ascoltatore: un invito, paradossalmente, ad aprire una porta difficile da muovere ma indubbiamente maestosa.

La band di Providence ha scritto un capolavoro massacrante, che vive sulle ceneri di Jesus Lizard, Dillinger Escape Plan, Christian Death, Nine Inch Nails – e di un’intera tradizione 90s. Se non è l’ascolto obbligato dell’anno, poco ci manca. E anche se poco dovesse mancare, beh: non fate gli sciocchi, non fuggite.

(2018, Ipecac)

01 City Song
02 Long Road, No Turns
03 Satan In The Wait
04 The Flammable Man
05 The Lords Song
06 Less Sex
07 Daughter
08 The Reason They Hate Me
09 Ocean Song
10 Guest House

IN BREVE: 4,5/5