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David Sylvian – Died In The Wool / Manafon Variations

David Sylvian e le sue bizzarrie. Ormai ci siamo abituati. Chi conosce il suo ultimo decennio artistico sa cosa l’attende una volta messo piede in Died In The Wool / Manafon Variations. Se “Blemish” otto anni fa sembrava (è) la frattura tra il cantautore di Beckenham e la canzone di forma compiuta, “Manafon” e la sua qui presente protesi sono un passo oltre. Alienata da ciò che la circonda, la voce di Sylvian rimane sospesa a sfidare la gravità sugli orli di abissi sonori in cui rarefazioni ambient levitano su drappi di classica contemporanea puntellati da rumorismi avant. Oltre ad alcuni outtakes delle sessioni di registrazione, solo sei dei nove brani di “Manafon” sono qui proposti in una nuova veste. E le differenze risaltano subito all’orecchio, nonostante non muti il clima di inafferrabile inquietudine che incombe come una minaccia. Random Acts Of Senseless Violence si trasforma in uno spettro folk che va e viene da dietro le finestre scure di una casa in abbandono; Small Metal Gods si ravviva di fiorescenze d’archi ed è fragile come il cristallo; The Greatest Living Englishman è avvolta in un inestricabile grappolo di dissonanze che oscilla dal soffitto; Snow White In Appalachia pare avere le ali di una farfalla che battono rumorose; Emily Dickinson galleggia a pochi centimetri dal suolo lunare; Manafon stessa mantiene intatto il suo fascino tetro con le lievi perturbazioni sonore che l’attraversano. Le modulazioni armoniche sono infinitesimali e quei timidi accenni di melodia che tentano uno sviluppo completo vanno subito a disperdersi tra le slogature tonali tipiche di questi spartiti. I versi della Dickinson irrorano altri due episodi, I Should Not Dare (a cui mette mano anche Fennesz, già presente nei credits di “Manafon”) e A Certain Slant Of Light. La consueta mole di strumentisti è ospitata per dar man forte a Sylvian: si segnala su tutti la presenza del trombettista improv-jazz Arve Henirksen. Ma è l’alleanza stipulata con Dai Fujikura, ennesimo menestrello pescato dal buon David nell’affollato panorama nipponico, a produrre ottimi risultati, incarnati nelle oscurità sacrali à la Messaien di Anomaly At Taw Head e nel moto ondoso di inspirazioni ed espirazioni di The Last Days Of December, che sembra far mulinare lentamente foglie morte dalla consistenza della carta. Anche sulla traccia che dà il titolo a questa raccolta Fujikura appone la sua firma: Died In The Wool fluttua tra droni smorzati in un qualcosa di prossimo all’ambient di Gelr Jenssen, aka Biosphere. Inutile sottolineare l’esclusività di questa nuova sortita di Sylvian, che prosegue per contorti sentieri distanti da convenzionali forme espressive. Non si capisce se è lui ad aver più coraggio nello scrivere cose simili, o noi a mettere a dura prova la nostra pazienza nel seguirlo. Il fatto è che tutti quanti lo prendono per un genio, quando in realtà è un fottuto pazzo.

(2011, Samadhisound)

01 Small Metal Gods
02 Died In The Wool
03 I Should Not Dare
04 Random Acts Of Senseless Violence
05 A Certain Slant Of Light (for M. K.)
06 Anomaly At Taw Head
07 Snow White In Appalachia
08 Emily Dickinson
09 The Greatest Living Englishman (Coda)
10 Anomaly At Taw Head (A Hunting)
11 Manafon
12 The Last Days Of December
13 When We Return You’ll Not Recognise Us (traccia extra)

A cura di Marco Giarratana

CATEGORIA: RECENSIONI

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