Dimartino – Afrodite

Sarà per questioni di pregiudizio, di luoghi comuni o forse sarà perché è così davvero, ma la produzione italiana degli ultimi anni sembra caduta in uno sconforto gravido di roba assolutamente identica che distinguerla si sostanzia in un lavoro certosino.

Dimartino, tra alti e bassi, ha sempre mostrato se non la luccicanza propriamente detta, uno scintillio che lo ha portato un gradino un po’ più in alto rispetto alla maggior parte del nuovo cantautorato italiano, senza annoiare né far sanguinare occhi e orecchie. Tre album ricchi di spunti testuali, sonori e accompagnati da collaborazioni dal valore aggiunto (Cesare Basile, Enrico Gabrielli e Dario Brunori, tra gli altri), più uno insieme a Fabrizio Cammarata, che ha riportato alla luce la vita di Chavela Vargas in maniera incantevole, hanno reso Antonio Di Martino più che credibile rispetto al panorama it pop.

Stavolta, qualcosa nella composizione di Afrodite è cambiata, lo afferma lo stesso artista palermitano ma tant’è. Le tracce del disco non possiedono quella fiammella che possa permettere di differenziare del tutto il cantautore palermitano dal resto del pop italiano. Andiamo per ordine, è necessario distinguere all’interno dell’album, la materia sonora da quella emotiva e tematica.

L’idea che fa da retroscena ad “Afrodite”, al suo carico emotivo e al making of è stupenda e piena di simbolismi che rispecchiano pienamente lo spirito di Antonio Di Martino, a partire dal titolo, voluto fortemente dopo aver scorto il tempio di Afrodite dalla finestra dell’ospedale di Trapani, mentre aspettava la nascita della sua bambina, continuando con il concetto sui cui ruota Cuoreintero, uno dei singoli estratti dall’album,  in cui la solitudine non è una debolezza ma una qualità da coltivare e preservare; altrettanto stupenda è la visione della ragazza che balla sul tetto di una macchina accerchiata da ragazzini sotto i riflettori dei fari dei motorini, da cui nasce Daniela balla la samba.

Arrangiamenti, percussioni, synth e atmosfere ricordano tantissimo il cantautorato italiano a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80 ma hanno poca identità e mancano di quell’improvvisazione che spinga le tracce fuori dalla comfort zone radiofonica. In tutto il pot-pourri di persone (Corrado Fortuna e Shary Taddei, Giusto Correnti, Mirco Onofrio, Daniel Plentz dei Selton) e suoni che girano attorno ad “Afrodite”, a voler cercare la causa di questa virata stilistica che non convince del tutto, la si trova nel tocco inconfondibile (o forse no) di Matteo Cantaluppi, (già produttore degli Ex Otago e della quasi intera produzione discografica dei Thegiornalisti) che fa sembrare tutto già sentito e risentito.

Troppi richiami melodico strumentali e pochi riferimenti alla follia di Dalla, alla raffinatezza di Battisti o l’ironia di Graziani, a cui Dimartino si era avvicinato in passato più che adesso, per far sì che l’album si concretizzi in qualcosa di irrinunciabile o in un omaggio stilistico all’altissimo cantautorato. In Giorni buoni sentir citare i Pixies mentre sullo sfondo aleggia un’atmosfera dream pop è un ossimoro poco attraente e La luna e il bingo sembra composta più per la colonna sonora di un film di Fausto Brizzi che per l’album di un cantautore la cui crescita finora non solo non era mai stata messa in dubbio ma prometteva più che bene.

Quando alla fine, in balia della riproduzione automatica di Spotify, Daniela balla la samba lascia il posto a “Non tornerò”, prima traccia di “Un mondo raro” (2017), ci si accorge che sogno e poesia sono un’altra cosa.

(2019, 42 Records)

01 Giorni buoni
02 Due personaggi
03 Cuoreintero
04 Pesce d’Aprile
05 Feste comandate
06 Ci diamo un bacio
07 Liberaci dal male
08 La luna e il bingo
09 I ruoli
10 Daniela balla la samba

IN BREVE: 2,5/5