Edda – Odio i vivi

Quando i Ritmo Tribale pubblicavano “Mantra” io dovevo ancora compiere cinque anni. Mia sorella ascoltava Jovanotti, mia madre oscillava tra Mina e Venditti, mio padre ogni tanto metteva un nastro dei R.E.M. al posto dei soliti Eagles. Che il nome di Stefano Rampoldi potesse spuntare, insomma, era davvero, davvero improbabile. Nemmeno più tardi spuntò, tra il 2001 e il 2002, mentre muovevo pian piano i miei primi i passi assieme a Kurt, Joe, Jeff, Leonard, Nick e i miei nuovi compagni di viaggio. Niente. Il primo incontro risale ai quindici anni; momento inopportuno, quello, per farsi avanti. Momento inopportuno per qualsiasi band italiana, a dirla tutta. Fu colpa (merito, pardon) di un caro amico. Mi prestò un disco che cannibalizzò, letteralmente, ogni mio ascolto dell’epoca; «vedrai che ti piace», disse. Andò a finire che mia madre, una sera, entrò in camera mia quasi esasperata, supplicandomi: «la vuoi smettere con ‘sti  adesivi sulle pareti?!». Non la smisi, per la cronaca. Tanto per cambiare, poi, quello era l’anno di “Funeral”, “Panopticon”, “Absence”, “From A Basement On The Hill, “A Ghost Is Born”, “Fabulous Muscles”, “Kesto”, “From The Double Gone Chapel”, “The Fall Of Math”, “Ten”, “O” e parenti stretti. Tanta, troppa carne al fuoco perché il gruppo milanese potesse emergere. E infatti, di nuovo, non emerse. Era il momento migliore della mia vita; per Stefano quello peggiore. Così, entrambi, dovemmo aspettare il 2009. Lui, la sua resurrezione sul mercato discografico. Io, il video de “L’innamorato”. Bella, pensai. Bella, molto. E allora via con “Semper biot”, con le interviste, le recensioni, le apparizioni televisive. Fino al nostro secondo appuntamento. Questo. Io non ho una voglia matta di recensire Odio i vivi in maniera canonica, l’avrete capito. Io ho soltanto una voglia matta di dirvi: ascoltatelo. Ciò che mi preme non è lasciare a disposizione di chi lo ritenga utile un giudizio sulla pagina. Non me ne frega assolutamente nulla, o per dirla come il Ferretti d’antan, dato che ci sono: «m’importa ‘na sega». Non scrivo sul Corriere della Sera né tantomeno su Pitchfork, per cui se è questo che cercate, vi accontento subito: ritengo personalmente “Odio i vivi” un gran disco, fine. Se volete che vi convinca ad accoglierlo, invece: eccomi. Ci sto provando. Mettendomi banalmente a nudo io per rendere omaggio a chi disadorno canta: “l’amore diventa merda / dopo due settimane, / i miei amici hanno figli, figli, figli… / io ho sempre fame”. Per cui fatelo, fatelo, fatelo. Leggetelo, pure. E non perché si tratti di Edda, perché abbia ricevuto cinque stelline sulla rivista specializzata di turno o perché la copertina sia accattivante. Consumatelo perché è un saggio su cosa un certo cantautorato debba essere. Su quanto presunti ed illustri colleghi italiani abbiano da imparare, privo com’è di quell’assurda, cieca pretesa che porta un verso dalla penna alla superstrada dei social network senza la tappa necessariamente intermedia dell’io. Consumatelo perché è un album ridicolo al pari delle lettere d’amore. Perché è scritto e composto da un artista che fa l’operaio di mestiere e non – come capita spesso, troppo spesso – dall’insopportabile, insufficiente, inadatto operaio di turno che di mestiere, purtroppo, dice di fare l’artista.

(2012, Niegazowana / Venus)

01 Emma
02 Anna
03 Odio i vivi
04 Topazio
05 Gionata
06 Marika
07 Il seno
08 Omino nero
09 Qui
10 Tania

A cura di Michele Leonardi