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Einstürzende Neubauten – Alles In Allem

Edifici che crollano, dal 1981. Che crollano e che puntualmente vengono ricostruiti, diversi da prima ma con fondamenta simili a prima, riedificati meglio di prima, più funzionali a ciò che è servito a ogni nuovo oggi. Gli Einstürzende Neubauten ci hanno abituati a essere precursori e visionari, carpentieri intenti a metter mano in prima battuta su se stessi e, consequenzialmente, su tutto un certo modo di fare e interpretare la musica. La loro, che per l’appunto abbiamo l’onore di poter assimilare da trent’anni a questa parte, è sempre stata fonte di fastidio nel senso più stimolante del termine, stridori industriali eco di disfunzioni moderne.

A parte il concept “Lament”, con cui nel 2014 hanno ricordato i cent’anni della Prima Guerra Mondiale, un lavoro di Blixa Bargeld e i suoi mancava da “Alles Wieder Offen” (2007) e il silenzio, per chi come loro ha scelto il rumore come marchio di fabbrica, è sempre più eclatante di qualsiasi sferragliamento. Neanche a farlo apposta, gli Einstürzende Neubauten sono tornati nel bel mezzo di un mondo in cui strutture ed equilibri stanno crollando con impressionante velocità, nella totale inconsapevolezza di se e come verranno ricostruiti. C’hanno messo sotto una colonna sonora atipica per i loro standard, questo Alles In Allem che è cadenzato come mai prima, persino melodico per larga parte.

I rumori che, a un certo punto, squarciano Zivilisatorisches Missgeschick sono infatti un vero unicum nel disco, che per il resto vive di tantissime sfumature post punk, a partire dall’apertura affidata al singolo Ten Grand Goldie e proseguendo con Wedding, per distrarsi poi con lo spoken etereo della conclusiva Tempelhof, le venature in qualche modo folk di Am Landwehrkanal e persino una ballad scurissima come Seven Screws. Spunti che, andando a memoria, gli Einstürzende Neubauten non avevano mai reso così palesi.

Il filo conduttore tra questi Neubauten e quelli che avevamo già conosciuto è il buio: anche qui, a dispetto della copertina del disco e del gesto d’apertura di Bargeld, di luminoso c’è poco e niente, anche perché la performance espressiva di Blixa, che da sempre è uno dei tratti più distintivi delle opere firmate dagli Einstürzende Neubauten, è il consueto glaciale crogiolo di rassicurante terrore e cinismo, l’unica voce possibile da immaginare come narrazione di questi − ma anche e soprattutto dei vecchi − nuovi brani dei tedeschi.

Non è sconvolgente “Alles In Allem”, una “mancanza” − se così vogliamo permetterci di definirla − che nel caso di una formazione seminale e futurista come gli Einstürzende Neubauten avrebbe potuto significare un vero disastro. Ma è tutt’altro che un disastro quest’album, è solo un edificio di cui stavolta è più complicato del solito percepirne la struttura, i lunghi corridoi e i punti luce, le uscite di sicurezza che siamo sicuri Bargeld abbia piazzato lì da qualche parte, pronte a tirare nuovamente fuori i Neubauten giusto un attimo prima che tutto collassi nuovamente. E in attesa della prossima ricostruzione.

(2020, Potomak)

01 Ten Grand Goldie
02 Am Landwehrkanal
03 Möbliertes Lied
04 Zivilisatorisches Missgeschick
05 Taschen
06 Seven Screws
07 Alles In Allem
08 Grazer Damm
09 Wedding
10 Tempelhof

IN BREVE: 3/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.