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EOB – Earth

Dopo lo spavento delle scorse settimane per i sintomi sospetti da Covid-19, Ed O’Brien sta meglio e ha pubblicato l’album di debutto da solista con il moniker EOB. Prodotto da Mark Ellis alias Flood (Nine Inch Nails, Depeche Mode, PJ Harvey) e Catherine Marks (Wolf Alice, The Big Moon, The Amazons), Earth comprende collaborazioni importanti in alcune tracce come quella di Laura Marling, il chitarrista dei Portishead Adrian Utley, il frontman degli Invisible Dave Okumu, e quella di un altro Radiohead, il bassista Colin Greenwood.

O’Brien ha raccontato di aver composto musica per anni, soprattutto ai tempi di “OK Computer” (1997), ma di non averne scritto subito i testi poiché non si sentiva molto sicuro di sé e aveva una sorta di blocco. La svolta arrivò nel 2012, quando trascorse un anno con la sua famiglia in Brasile e iniziò a sperimentare nuovi suoni traendo ispirazione dall’album “Screamadelica” (1991) dei Primal Scream e dalla dubstep in generale. Nonostante le nuove idee, sempre a causa della sua insicurezza, inizialmente aveva anche pensato di chiedere a qualcun altro di cantare le sue canzoni: il nome in cima alla lista era quello di Thom Yorke. Il disco doveva intitolarsi “Pale Blue Dot”, come la fotografia del pianeta Terra scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, ma per prevenire problemi di diritto d’autore ed evitare di risultare ironico o inutilmente enigmatico, il musicista inglese ha optato infine per il più diretto “Earth”.

La ritmata Shangri-La apre l’album con la giusta spinta, alternando sonorità minimali e trasognate nelle strofe a riff di chitarra incalzanti nel ritornello e nel finale; la segue Brasil, primo singolo pubblicato all’inizio di Dicembre e uno dei brani più interessanti, anch’esso caratterizzato da un inizio minimale e acustico, ingrana lungo i suoi otto minuti e mezzo e si dirige su sonorità dance pop e rock. Il testo è molto breve, ma perfetto per l’atmosfera spirituale e ottimistica descritta musicalmente da Ed, il cui punto focale è il concetto di umanità. Cambia passo Deep Days, caratterizzata da elementi soul e dominata dal solo ritmo della batteria.

Addolcisce i toni la chitarra acustica della breve e folkeggiante Long Time Coming, mentre li rende più cupi e soffocanti nell’atmosferica Mass, la quale mescola suoni folk e dark ambient; è poi la volta dell’ipnotica Banksters, scritta dal musicista inglese nel 2009, in riferimento alla crisi finanziaria del 2007-2008, le cui sonorità rimandano lontanamente a “Paranoid Android” in alcuni passaggi. L’ultimo trittico comprende la lenta ed echeggiante Sail On, la quale riprende i toni e l’atmosfera di Mass, poi i ritmi incalzanti della monumentale Olympik che ricordano molto quelli dei pezzi della scena Madchester di fine anni Ottanta e la breve chiusura affidata all’ultimo estratto dell’album, il duetto con Laura Marling Cloak Of The Night, brano acustico, equilibrato e dal sapore nineties.

“Earth” è un debutto di tutto rispetto e mette in luce le potenzialità di Ed in qualità di songwriter oltre che di musicista, rendendolo finalmente indipendente – come i suoi colleghi – dal gruppo che lo ha reso celebre, pur intravedendosene le notevoli influenze risalenti agli esordi. Chissà che tutto questo col tempo non aiuti O’Brien a trovare la fiducia in se stesso, rappresentando così il trampolino di lancio verso qualcosa di ancora migliore.

(2020, Capitol)

01 Shangri-La
02 Brasil
03 Deep Days
04 Long Time Coming
05 Mass06 Banksters
07 Sail On
08 Olympik
09 Cloak Of The Night (feat. Laura Marling)

IN BREVE: 3,5/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, scrittura e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida, Indiementia e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.