Father John Misty – Pure Comedy

Come ha fatto Joshua Tillman a diventare uno dei songwriter più in vista degli anni Dieci? A prescindere dagli ovvi meriti artistici e dalla necessaria corrispondenza col gusto di larga fetta di pubblico, qual è il segreto che gli ha permesso di ritagliarsi una rilevanza tale con due soli album? Sì, perché Pure Comedy è appena il terzo capitolo da quando s’è ribattezzato Father John Misty, ma ogni volta che Tillman apre o chiude un account social, concede un’intervista o commenta l’attualità, sembra sempre ci sia da prestare attenzione.

Con “Pure Comedy” porta in scena la sua personalissima commedia, una rappresentazione in cui ne ha per tutti, senza giri di parole e con poche metafore, dando forse involontariamente risposta al nostro quesito. Non perché sparare sentenze sia di default un valore aggiunto, ma perché Tillman lo fa con quella presunzione inoppugnabile che ha chi sa fare in primis autocritica, ironicamente o meno: è il caso degli oltre 13 minuti di Leaving LA, un ambizioso sermone in cui prende di mira se stesso e il suo ruolo di artista, in una sorta di auto-seduta di psicanalisi messa in musica. Ed è questo il perno concettuale dell’album: qui Father John Misty parla anche di sé e dei suoi affari privati, ma universalizzandoli e non limitandosi a ciò (come nel precedente “I Love You, Honeybear” del 2015).

Ci sono inevitabili cenni a quella politica americana (Two Wildly Different Perspectives) cui Tillman ha dedicato ampio spazio nelle sue recenti comunicazioni con l’esterno, ce l’ha col progresso che ha devastato il clima (Things It Would Have Been Helpful To Know Before The Revolution) e con la religione (Pure Comedy), tanto da farsi persino intermediario fra Dio e il mondo (When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay). Probabilmente a un primo approccio il tutto potrebbe risultare un po’ retorico (ma non tanto da disturbare) e sicuramente molto, molto cinico, ma è tutt’altro che un effetto collaterale e non voluto.

Musicalmente – ed è questa la novità più sostanziosa di “Pure Comedy” – l’impianto scelto da Tillman per fare da supporto alle sue lyrics è il più scarno di sempre, pochi orpelli, suoni digitali ridotti all’osso (Birdie), parecchio pianoforte (When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay), chitarra acustica ovunque (Ballad Of The Dying Man, So I’m Growing Old On Magic Mountain) e qualche spazzolata jazz (A Bigger Paper Bag, The Memo), il modo giusto per tenere in primo piano le narrazioni, per valorizzarle e sottolinearle. A volte queste risultano un tantino verbose, manca un po’ di ritmo che riesca a spezzare e poi riallineare l’andamento (ci prova solo Total Entertainment Forever, sebbene arrivi troppo presto nella tracklist), ma con un piccolo sforzo di concentrazione i 75 minuti del disco filano lisci e al secondo o terzo ascolto tutto comincia a prendere forma.

“Pure Comedy” è un lavoro cui non basta affatto essere ascoltato, pretende di essere sentito, assimilato, compreso, non ti mette addosso nessuna fretta perché ciò accada ma allo stesso tempo non vuole che gli si faccia premura neanche nei suoi passaggi più prolissi, perché è proprio su quelli che Father John Misty ha costruito la bellezza del disco e la sua importanza nell’attuale panorama cantautorale mondiale.

(2017, Sub Pop / Bella Union)

01 Pure Comedy
02 Total Entertainment Forever
03 Things It Would Have Been Helpful To Know Before The Revolution
04 Ballad Of The Dying Man
05 Birdie
06 Leaving LA
07 A Bigger Paper Bag
08 When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay
09 Smoochie
10 Two Wildly Different Perspectives
11 The Memo
12 So I’m Growing Old On Magic Mountain
13 In Twenty Years Or So

IN BREVE: 4/5

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