Fontaines D.C. – Dogrel

Johnny Fontane è un personaggio partorito dalla penna di Mario Puzo, autore del romanzo “Il Padrino” da cui Francis Ford Coppola ha estrapolato tre rappresentazioni cinematografiche che hanno fatto la storia del cinema del ‘900. Crooner ispirato alla figura coeva di Frank Sinatra, Fontane è il gancio narrativo che ha orientato, nominalmente, una giovane band di belle speranze di stanza a Dublino – da qui il D.C. che sta per Dublin City.

Influenza confermata dal leader Grian Chatten in un’intervista rilasciata a Stereogum nel Gennaio di quest’anno, in cui viene fugato ogni dubbio sull’origine del moniker. I Fontaines D.C. non escono dal nulla, anzi la eco dei singoli pubblicati negli ultimi due anni e la loro resa live ha fatto strabuzzare gli occhi – e spalancare le orecchie – a non pochi addetti ai lavori. Facilitati da una certa scena sonora affermatasi nell’ultimo lustro nel loro territorio di elezione – si pensi ai Girl Band o ai vari Silverbacks, Just Mustard, The Murder Capital – Chatten e soci (al secolo Conor Curley, Carlos O’Connell, Conor Deegan III e Tom Coll) non hanno faticato a ingolosire un’etichetta come la Partisan Records che, ultimamente, in tema di post punk non sembra sbagliare un colpo, vedasi ad esempio il caso IDLES.

Affidata la produzione a un affermato domatore di suoni quale è Dan Carey – si pensi al disco d’esordio dei Toy o a “Tonight: Franz Ferdinand” dell’omonima band scozzese – Dogrel è un concentrato di revival post punk, con punte di noise e garage, declinato, sì, alla maniera dei maestri (The Fall, Joy Division, The Clash e The Cure) ma realizzato con un temperamento peculiare.

Big mette subito le cose in chiaro: ritmiche martellanti sorreggono il cantato cantilenante di Chatten, che sciorina versi dalla sottile venatura ironica (”Dublin in the rain is mine / A pregnant city with a catholic mind […] My childhood is small / But i’m gonna be big”). Un songwriting dall’animo working class che strizza l’occhio alla Beat Generation e alla tradizione letteraria irlandese (Yeats, Joyce). Sha Sha Sha rimanda inevitabilmente ai Clash di “London Calling” e a quelle atmosfere di fine anni ’70 che iniziavano a cercare di contaminare la ruvidezza del punk con altre sonorità dall’attitudine più groovy.

Too Real e Hurricane Laughter volteggiano nei coni rumorosi generati dal granitico lavoro di Deegan III al basso e di Tom Coll alla batteria, su cui si stagliano ritornelli affilati e sferzanti nei suoni e nelle intenzioni che ricordano i migliori Protomartyr. The Lotts che con le linee di basso vorticose e le melodie cupe evoca atmosfere new wave à la Cure. The Boys In The Better Land con la sua fiera ironia è l’ultima cartuccia punk in canna prima della finale Dublin City Sky, brano dal carattere folk/cantautorale che dimostra di essere un autentico tributo all’afflato lirico della capitale dell’Eire.

Le undici diapositive post punk realizzate da questi cinque giovani irlandesi ci consegnano una delle migliori opere prime di questo 2019 (fino ad ora), idee chiare portate avanti con autentica passione e senza eccessivi fronzoli estetici. Se saranno l’ennesima copia sbiadita di un passato ingombrante ma lontano ce lo dirà la storia, per adesso ci godiamo il presente.

(2019, Partisan)

01 Big
02 Sha Sha Sha
03 Too Real
04 Television Screens
05 Hurricane Laughter
06 Roy’s Tune
07 The Lotts
08 Chequeless Reckless
09 Liberty Belle
10 Boys In The Better Land
11 Dublin City Sky

IN BREVE: 4/5