Home RECENSIONI Ghostpoet – I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep

Ghostpoet – I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep

Le ansie di un nuovo millennio che, nonostante sia già vecchio di vent’anni, non tendono affatto ad affievolirsi. Il futuro che non pare riservare niente di migliore. Le distopie in cui, poco a poco, passo dopo passo, l’uomo moderno si sta sempre più immergendo senza quasi accorgersene, roba che neanche un romanzo di George Orwell avrebbe potuto dipingere meglio (o peggio, a seconda del punto di vista). Sembra una descrizione calzante a pennello per ciò che stiamo vivendo in modo particolare in questi mesi, con il mondo messo sotto scacco da un virus, il complottismo, la gente asserragliata nelle proprie case, la bulimia social, i governi che mettono a punto nuove forme di controllo di massa.

Invece altro non sono se non gli spunti su cui Obaro Ejimiwe ha lavorato per costruire I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep, il suo nuovo lavoro in studio. Ovviamente il disco non nasce adesso, non prende ispirazione diretta da quanto ci sta accadendo ma di certo “sfrutta” la scomoda attualità come una sorta di inquietante cassa di risonanza, perché le tensioni che Ghostpoet ha sempre trasmesso con la sua musica si erano già fatte con “Dark Days + Canapés” (2017) piuttosto pressanti e adesso sono definitivamente esplose in tutta la loro oscurità.

Le corde che stridono nel singolo Nowhere To Hide Now, a mo’ di porta che s’apre e chiude in un film horror, avevano già fatto comprendere quanto “I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep” potesse davvero squarciarci la carne, col compassato spoken di Ejimiwe che, come una sorta di Tricky 2.0 (chiaro punto di riferimento fin dai suoi esordi), ci sputa in faccia tutto, con la nonchalance di chi ha capito da dove veniamo e soprattutto dove stiamo andando, gli errori, i passi falsi, tutte le sliding doors in cui le scelte dell’umanità si sono rivelate fallimentari.

Dicevamo di Tricky e non è un caso, perché è con questo disco che Ghostpoet riduce sensibilmente le distanze col proprio fumoso mentore, con brani come l’iniziale Breaking Cover che s’appoggia del tutto su una dormiente base trip hop che fa a pugni con la nevrosi del testo, oppure con l’indolenza della successiva Concrete Pony, roba che dalle parti di Adrian Thaws è decisamente di casa. Da Bristol a Londra − dove vive e lavora Ejimiwe − il passo è geograficamente breve, stavolta persino brevissimo.

Tra archi acidi che innervano svariati passaggi del disco (dalla già citata Concrete Pony a Humana Second Hand), synth allarmistici e allarmati (Black Dog Got Silver Eyes) e derive noir (This Train Wreck Of A Life), s’arriva al dirompente − si fa per dire − finale affidato alla title track e a Social Lacerations: nella prima Obaro invoca inutilmente un po’ di quiete (“I want peace in my heart / In my inner being / But won’t find it here / With all this constant warmongering”), mentre in chiusura le conseguenze di quanto detto nell’album si fanno estreme, definitive, tristemente inevitabili.

Se con i lavori precedenti Ghostpoest aveva già convinto per il suo saper miscelare hip hop ed elettronica, trip hop e post punk, con “I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep” fa un decisivo passo avanti anche e soprattutto dal punto di vista lirico, mettendo a punto una sorta di non dichiarato concept album su un presente che tutti non vediamo l’ora sia già passato. Sperando che il futuro, stavolta, possa portare un po’ di luce, naturale o artificiale che sia.

(2020, PIAS)

01 Breaking Cover
02 Concrete Pony
03 Humana Second Hand
04 Black Dog Got Silver Eyes
05 Rats In A Sack
06 This Trainwreck Of A Life
07 Nowhere To Hide Now
08 When Mouths Collide
09 I Grow Tired But Dare Not Fall Asleep
10 Social Lacerations

IN BREVE: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.