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Green Day – Father Of All…

“Revolution Radio” (2016) aveva già mostrato i segni della ripida discesa imboccata dai Green Day e, a distanza di quattro anni, quella sensazione viene riconfermata da Father Of All… (…Motherfuckers, sottinteso ma neanche tanto). La band di Berkeley ha scelto di tornare sulle scene con un disco di jingle radiofonici: un pugno di tracce di cui solamente tre superano i tre minuti, per un totale di ventisei. L’album è dominato da sonorità che vanno dal pop punk al garage rock e soprattutto al rock‘n’roll, dal falsetto (quasi perenne) e dai cori; ciò che forse fa ancor più imbestialire è che delle sperimentazioni in fatto di sound, non tutto sia da gettare alle ortiche, anzi. Questo fa pensare immediatamente a un’altra band dedita a sfornare prodotti del genere, i Kaiser Chiefs: sono sicuramente dei draghi dal vivo, ironici, divertenti, ma tutto finisce lì, come se mancasse qualcosa e non si impegnassero a sufficienza.

L’apertura è affidata alla title track di stampo garage Father Of All…, la rock‘n’roll Fire, Ready, Aim e Oh Yeah!, che ricorda le hit anni Ottanta di Joan Jett (perché, banalmente, campiona proprio la sua “Do You Wanna Touch Me” scritta da Gary Glitter), ovvero i singoli di punta che hanno preceduto l’uscita del disco, e sebbene sia impossibile non muovere i piedi dall’inizio alla fine quando li si ascolta, dopo che cosa ne resta? Lo stesso discorso vale per Meet Me On The Roof e Stab You In The Heart, altro sincero omaggio al rock‘n’roll e miglior pezzo del disco: pur spiccando rispetto al resto, sono cantabili e ballabili ma nulla di più.

Ridursi a brevi pezzi salterini da alta rotazione perché si è peccato di fantasia non è una scusante e nemmeno qualcosa di lontanamente credibile, dunque alla luce di tutto questo si potrebbe anche pensare che “l’album cazzeggio” sia cosa voluta. In tal caso, essendo pur sempre i Green Day, “la sindrome dei Kaiser Chiefs” per il momento se la possono permettere. A questo punto non sorprendono più le recenti dichiarazioni di Billie Joe sulle intenzioni della band di rifare “Warning” (2000), un disco di tutto rispetto che giungerà al suo ventesimo anniversario il 3 Ottobre. Si tratta dell’inizio inevitabile di ristampe e riedizioni per futura rendita o è solo una sorta di crisi del tredicesimo album studio?

Da fan il desiderio di sentirli live è legittimo ma deriva solo dall’idea di poter ascoltare vecchie glorie che vanno da “Kerplunk” (1992) a “Dookie” (1994), passando per “American Idiot” (2004) e fino a “21st Century Breakdown” (2009, mai titolo fu, ahimè, più profetico di quello), non perché ci si limita a guardare solo al passato ma semplicemente perché nei ventisei minuti di “Father Of All…” tutto quanto è ballabile e fatto con buone intenzioni, ma nulla è memorabile.

(2020, Reprise)

01 Father Of All…
02 Fire, Ready, Aim
03 Oh Yeah!
04 Meet Me On The Roof
05 I Was A Teenage Teenager
06 Stab You In The Heart
07 Sugar Youth
08 Junkies On A High
09 Take The Money And Crawl
10 Graffitia

IN BREVE: 2,5/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, scrittura e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida, Indiementia e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.