HC-B – Rough

roughSei anni sono tanti, un secolo per la musica. Ma alle volte sono anche necessari. Gli HC-B lo sanno e, anzi, questa storia dei 6 anni se la portano dietro già da due dischi fa: era passato tanto infatti tra “Sliding On Barents Sea” (2003) e il precedente “Soundcheck For A Missing Movie” (2009). E oggi ecco Rough (ancora per l’australiana Hidden Shoal) che è innanzi tutto un disco liberatorio per la band catanese, quasi un karma, un esorcismo.

Tirare fuori cinque pezzi di questo tipo, scuri, umorali, dolorosi è stato sì, assolutamente, necessario e atto d’amore per un certo tipo di post rock che non c’è più e che manca, a dir il vero. Cinque pezzi, dicevamo, cinque serpenti striscianti e pericolosi ma liberi: un concetto strumentale e sciolto di cosa dovrebbero essere delle perfette jamming per un film ideale.

Dunque ancora una volta è fortissimo il senso degli HC-B per il cinematico e per il suono che vagheggia l’immagine, che la dà per sottinteso, la sublima. Stavolta, però, tutto suona più “rough”, più ruvido, più lacerante: è il nero che è tinta musicale ed esistenziale se non musicale: vedi i riverberi irriducibili di Three, le deflagrazioni febbrili in Deux o l’epos elettrizzante di Uno. E quindi le diapositive possibili ci conducono a feroci mari ghiacciati che si vanno a schiantare su rocce ispide (appunto “rough”) in quello che è uno scenografico conflitto tra natura e sentimenti. Spettacolare e rabbrividente allo stesso momento.

Col tempo che, come si diceva, alle volte è necessario per dare un senso a tutto questo. Lo è certamente per gli HC-B. Perché certe fotografie per colpire forte, per colpire allo stomaco, hanno bisogno del giusto tempo di esposizione.

(2015, Hidden Shoal)

01 Uno
02 Deux
03 Three
04 Vier
05 Kvin

IN BREVE: 3,5/5