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Iggy Pop – Free

C’è una foto, ormai entrata di diritto nella mitologia del rock, che raffigura tre mostri sacri del Novecento: David Bowie, Lou Reed e Iggy Pop. Amici e collaboratori, competitori e ancora e soprattutto amici. Se aveste chiesto a qualcuno che li frequentava a quel tempo chi, fra i tre, avrebbe tirato le cuoia per primo, la risposta pressoché unanime sarebbe stata: Iggy Pop. Era il più scapestrato, il meno attento alla propria salute, il più eccessivo fra chi negli eccessi ci sguazzava.

Il fato, una qualche divinità o magari solo una fortunata serie di circostanze, hanno invece voluto che tutti e tre sopravvivessero alla gioventù, ma che prima Reed e poi Bowie dovessero arrendersi a malattie che era impossibile vincere. Così Iggy è rimasto solo, senza quelle due spalle che – esattamente come nella foto in questione, in cui sta al centro – lo hanno sorretto e verosimilmente continuano tutt’ora a sorreggerlo. Che c’ha da dimostrare, ancora, uno che a settant’anni suonati ha praticamente inventato il punk, che è diventato in vita una faccia e un nome sulle magliette, che è icona di stile al pari di più giovani e piacenti modelli? Assolutamente nulla, quantomeno non a noi. Ma è probabilmente con se stesso che James Newell Osterberg Jr. aveva ancora un conto aperto, con se stesso e con i due amici della foto, campioni di trasformismo artistico cui solo a piccoli e sporadici tratti Iggy Pop s’è avvicinato nel corso della sua carriera.

E non è forse un caso che le prime parole in assoluto che s’ascoltano mettendo su Free, il suo nuovo lavoro da solista, siano “I wanna be free”, nella breve title track che fa da intro. Perché in fondo sta tutta lì la questione: Iggy cerca da sempre di liberarsi dell’ingombrante eredità degli Stooges, di tirare fuori dal cilindro qualcosa che potesse farlo ricordare diversamente da una chioma biondo cenere e un torso nudo che s’agitano con movenze demoniache su un palco. C’è riuscito, finalmente, a settantadue anni e nel modo più inatteso, con un disco che ha ben poco a che fare con l’immaginario di cui Iggy Pop fa parte ma che è esattamente ciò che chiunque di noi si sarebbe augurato potesse fare uno come Iggy Pop.

Arte nel senso più pieno del termine, “Free” prende chiaramente spunto dall’ultimo Bowie del requiem “Blackstar”, affidandosi a sonorità ricercate che trovano nelle venature jazz una dimensione perfetta. Complici la tromba di Leron Thomas e la chitarra di Sarah Lipstate aka Noveller, “Free” immerge l’Iguana in un elegante magma sonoro che va dalla tensione palpabile di Loves Missing all’ipnotismo in loop del singolo James Bond, passando per i fiati mariachi di Dirty Sanchez, il piglio new wave di Glow In The Dark e il soundscape confidenziale di Page, il tutto filtrato sempre da un setaccio jazzato, lo stesso che in Sonali dà il meglio di sé (miglior esempio di come suoni divinamente il disco, da far ascoltare e studiare in qualsiasi corso/masterclass di settore).

Sul finale, poi, Iggy decide che è il momento di dare ancor più rilevanza alle parole e tocca quindi a tre spoken word da pelle d’oca: We Are The People, che altro non è che un vecchio testo inedito di Lou Reed recuperato per l’occasione, Do Not Go Gentle Into That Good Night del poeta gallese Dylan Thomas e The Dawn, sorretta da un tappeto ambient che spezza proprio in chiusura il canovaccio del disco. A tutto ciò bisogna aggiungere che Iggy Pop smette qui di fare la rockstar e la sua voce ne guadagna, non urla né accelera mai e mantiene per l’intero lavoro un tono sommesso che fa il paio con le pulsazioni sintetiche.

Considerare questo come il miglior lavoro solista di Osterberg sarebbe un azzardo, anche perché sarebbe forse più opportuno parlare non di una ma di almeno due o tre carriere parallele di Iggy Pop, ma è certo come “Free” ci abbia inaspettatamente restituito un artista ancora in grado di stupire e riciclarsi, attento a non diventare macchietta e pronto a tuffarsi nell’ennesimo rimpasto che, anziché stancarlo e consumarlo, potrebbe regalargli ancora un bel po’ di giri di giostra.

(2019, Caroline / Loma Vista)

01 Free
02 Loves Missing
03 Sonali
04 James Bond
05 Dirty Sanchez
06 Glow In The Dark
07 Page
08 We Are The People
09 Do Not Go Gentle Into That Good Night
10 The Dawn

IN BREVE: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.