Home RECENSIONI Jehnny Beth – To Love Is To Live

Jehnny Beth – To Love Is To Live

Quando te la trovi davanti, mentre la osservi in quell’habitat per lei naturale che è il palco, Jehnny Beth dà l’impressione che ogni artista dovrebbe dare ma che a non tanti riesce: aliena, distante, irraggiungibile e un attimo dopo uguale a te, colpevole come te, fatta di carne, ossa e ansia come te. Succedeva già all’inizio, quando le Savages si esibivano davanti a poche decine di persone, ed è successo anche dopo, quando i locali che le hanno ospitate si sono fatti via via più grandi e importanti. Come i loro profili artistici, dopotutto, non solo quello di Jehnny Beth ma anche quelli delle altre. Collaborazioni, partecipazioni, progetti e un continuo escapismo – nel senso letterale del termine – che le ha spinte a esplorare tutto quanto potesse essere esplorato.

Rispetto alle compagne, Camille Berthomier ha dalla sua un’innata vocazione da leader, c’ha messo e ci mette la faccia, la voce, le parole e tutto quanto possa servire a esplicitare le sue posizioni. E non è un caso che, nel corso degli ultimi anni, l’abbiano cercata in tanti per coinvolgerla nelle loro produzioni (ad esempio i Gorillaz, giusto per fare un nome). Così come non è un caso che, a tre anni da quello che al momento resta l’ultimo tassello delle Savages (“Adore Life” del 2017), adesso Jehnny Beth abbia dato vita al suo debutto da solista, un po’ il posto dove condensare visioni e rabbia e patemi d’animo vari ed eventuali.

To Love Is To Live in realtà nasce parecchio in là nel tempo, addirittura nei giorni in cui David Bowie portava a compimento il suo ultimo viaggio, lasciando quel testamento enorme e ancora forse non pienamente assimilato che è “Blackstar” (2016). Jehnny l’ha ascoltato tantissimo, ci si è immersa e ne ha tratta una linfa artistica da fare propria a ogni costo. Per farlo c’ha lavorato su parecchio e ha chiamato con sé due produttori mastodontici come Flood e Atticus Ross, due che avrebbero potuto plasmare in modo diverso dal solito il suo flusso di coscienza. Il post punk delle Savages, così, resta solo una delle formule che Jehnny Beth padroneggia, perché qui invece troviamo suoni industriali, tanta elettronica cupa da stringere il cuore, arrangiamenti classici e altri jazz, in un melting pot di cui il Maestro di cui sopra sarebbe andato fiero, c’è da scommetterci.

“I am naked all the time”, sono queste le prime parole con cui Beth introduce il suo esordio, un po’ la sintesi di ciò che per lei significa fare arte, fare musica, ovvero ritrovarsi metaforicamente nuda – ma anche davvero, come nella copertina dell’album o nel videoclip di Flower – davanti al suo pubblico, pochi filtri, poche metafore. Il tappeto di archi e pianoforte che l’accompagna in I Am, tra Boards Of Canada e le più recenti produzioni dei Nine Inch Nails (esatto, quelle che risentono del tocco di Ross), fa egregiamente il resto, palesando fin dal principio in quali territori ci si andrà a perdere nei quaranta minuti scarsi del disco.

Non si fa pregare Jehnny, ne ha per il cattolicesimo (InnocenceWe Will Sin Together), per il machismo dilagante (I’m The Man) e il suo successivo capovolgimento (The Rooms), si interroga su un amore che sa essere tossico (Flower) e si fa ammaliare da un altro che è riuscito a cambiarla (French Countryside), balla con se stessa e capovolge continuamente i ruoli, del narratore e dell’oggetto della narrazione, della vittima, del carnefice, di chi scappa e di chi resta, mantenendo sempre alta una tensione che è palpabile e che corre veloce attraverso il lungo filo sintetico che lega gli undici brani della tracklist.

In questo senso il fragoroso gorgo di How Could You, in cui Jehnny fa a pugni con Joe Talbot degli Idles, rende bene l’idea di confusione e violenza che “To Love Is To Live” sa raggiungere, la stessa che condisce il jazz martoriato di Heroine (ed è qui che l’ossessivo ascolto di “Blackstar” viene fuori in modo dirompente) o i sei minuti della conclusiva Human, quando è ormai tempo di tirare le somme e ogni elemento messo in mostra nel disco si unisce agli altri in un unico, lungo e straniante pastiche che Camille ingurgita e poi sputa fuori e poi tira in faccia all’ascoltatore inerme. Questa Jehnny Beth è oro colato, perché sa unire l’immediatezza del post punk delle sue Savages a una letterarietà mai artificiosa, sa ascoltare insegnamenti illustri così come fare di testa propria, sa essere sensuale e stronza, donna, uomo e qualsiasi altra incarnazione l’aiuti a esprimersi meglio. Promettente come pochi altri in circolazione.

(2020, Caroline)

01 I Am
02 Innocence
03 Flower
04 We Will Sin Together
05 A Place Above  
06 I’m The Man
07 The Rooms
08 Heroine
09 How Could You 
10 French Countryside
11 Human

IN BREVE: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.