Joni Void – Mise En Abyme

Il secondo LP del producer Joni Void, moniker di Jean Cousin, artista di base a Montreal e già particolarmente affermato dopo il suo debutto discografico del 2017 (“Selfless”), mostra una grande varietà di suoni che può stupire, rivelandone la natura eclettica e le capacità di performer e manipolatore dei suoni, così come quelle nella scelta di una certa elettronica sapiente. Ma, allo stesso tempo, si perde un po’ nel mostrare in un unico album quello che è un campionario forse troppo vasto, mai efficace nel manifestare con forza e in maniera unitaria una sola idea che possa veramente lasciare il segno. Amatissimo da Pitchfork e dalla stampa specializzato di settore, Joni Void dedica questo secondo album a un’espressione (che poi sarebbe il titolo dell’album, Mise En Abyme) recuperata dal mondo della letteratura francese della prima metà del secolo scorso. Si riferisce più specificamente al premio Nobel per la letteratura del 1947 André Gilde: è un espediente narratologico, il cui obiettivo consiste nel duplicare, quasi sovrapporre intere sequenze di eventi che proprio in questo loro “insieme” costituiscano poi a tutti gli effetti il contenuto dell’opera.

A tratti verrebbe quasi da pensare ad alcuni lavori sperimentali nel campo dell’elettronica e del minimalismo degli anni Settanta: mi riferisco a un certo pionerismo, vedi ad esempio nel nostro Paese gli episodi più celebri della produzione discografica del Franco Battiato di quegli anni, prima della sua svolta pop, che si facevano di volta in volta sempre più criptici oppure estremi in termini di opera concettuale, riprendendo una fenomenologia che rimandava a esperienze come quelle dei radioamatori, i precursori di internet e di quelli che poi sarebbero diventati i cibernauti, una moltitudine non elitaria (nel senso di ristretta cerchia di pionieri e specialisti, i “neuromanti”) e molto meno pittoresca di quella dello “Sprawl” di William Gibson, ma non per questo meno inquietante o comunque particolarmente complessa se è vero che il tema dell’algoritmo diventa sempre più dominante.

Qui starebbe la chiave di lettura di un lavoro a tutti gli effetti fatto di “cut up”, che mescola sperimentazioni minimali sin a partire dalla prima traccia Paradox, poi via via Dysfunctional Helper, il dubstep e gli accenni di dancefloor di Lov-Ender, pulsazioni stile luci al neon Kraftwerk (Abusers), “dattilografie” (Safe House), reattori atomici e rotative (Cinetrauma), voli circolari a bassa quota per un impatto oppure un exploit che non arriverà mai (Voix Sans Issue), una definizione che in fondo poi riassume i contenuti dell’intera opera.

Un disco che gira attorno a se stesso, dove le tracce si sovrappongono, si mescolano, spuntano qua e là in maniera improvvisata e secondo nessun ordine specifico, in cui quel richiamato parallelo tra lo “Sprawl” e il web di oggi sembra quasi trovare una sua sublimazione. Questo viaggio all’interno della musica di Joni Void sembra infatti un viaggio in un grande nulla, ci sono dentro tante cose, ma se non sai dove cercare (ammesso che alla fine vi sia effettivamente qualcosa da trovare) allora è solo una grande perdita di tempo che ti lascia dentro un vuoto che non viene riempito.

(2019, Constellation)

01 Paradox
02 Dysfunctional Helper
03 Lov-Ender
04 Abusers
05 Non-Dit
06 No Reply
07 Safe House
08 Cinetrauma
09 Voix Sans Issue
10 Deep Impression
11 Persistence
12 Resolve

IN BREVE: 1/5