Jovanotti – Oh, Vita!

L’equivoco enorme che nei mesi antecedenti alla sua pubblicazione ha investito Oh,Vita! s’è legato a doppio filo col nome di Rick Rubin, che ha fatto erroneamente credere a molti che il lavoro di uno dei producer più richiesti del globo avrebbe potuto far suonare il Jovanotti del 2017 come i Beastie Boys o i Public Enemey. E questo solo perché Lorenzo un tempo è stato – e in fondo lo è ancora – un rapper, prima della conversione al cantautorato pop.

L’equivoco ha giovato enormemente all’hype dell’album ma, al contempo, ha nociuto alle aspettative, perché qualcuno che sperava e credeva possibile un Lorenzo in salsa nu metal c’era eccome e a un certo punto la fantozziana voce di corridoio s’era quasi trasformata in certezza. Come tutti i produttori incisivi, invece, Rubin s’è concentrato su ciò che fa emergere al meglio la natura primordiale dei musicisti con cui collabora: la sottrazione. Via il superfluo, via l’elettronica, via ogni elemento distrattivo, via tutto.

Cos’è rimasto? Lorenzo, le sue parole, le sue più recenti vicissitudini e una chitarra acustica. Gran parte delle quattordici tracce del disco (ben nove), infatti, sono ballatone in cui Jovanotti fa il Jovanotti con ammirevole sincerità, sia quando è la prima persona a parlare in Ragazzini per strada o Paura di niente, sia quando la narrazione è terza come nella blueseggiata Quello che intendevi (uno dei passaggi più convincenti del disco) o in Affermativo.

Di episodi uptempo ce ne sono fortunatamente (viste le più recenti derive dei suoi dischi) pochi: su tutti spicca SBAM! che è un groviglio di samples innestati su una base reggae (opera del duo Ackeejuice Rockers), roba prescindibile ma che dal vivo si giocherà al meglio le sue carte. Mentre discorso a parte merita la conclusiva Fame, oltre otto minuti di divagazioni world e basi sintetiche che finiscono inaspettatamente per suonare bene.

Sotto l’aspetto lirico, il Jovanotti di “Oh, Vita!” ha il medesimo piglio autoironico di sempre, come nella title track e checché se ne dica riuscito singolo di lancio, in cui sciorina un rap – questo sì – pieno zeppo di riferimenti e citazioni tra cui un brevissimo estratto dalla “Futura” di Lucio Dalla. Parla d’amore come ha sempre fatto, Lorenzo, con Chiaro di luna che è una “Bella” o “A te” ridotta all’osso e Amoremio col suo piano jazzato e la voce passata al vocoder, e pecca come molto spesso gli è successo in banalità come nel caso di In Italia o Viva la libertà, a dire il vero un tantino stucchevoli ma non più di chi dopo trent’anni lo prende ancora in giro per la pronuncia della Esse.

Ma il risultato complessivo è apprezzabile, perché Jovanotti l’ha smessa per un po’ di pretendere di far ballare (qui si concede la sola Le canzoni) e s’è dedicato più che altro a scrivere, raccontare e raccontarsi, sfruttando l’occasione di aver avuto a disposizione un colosso come Rubin e scavando ulteriormente in quel solco che l’ha visto trasformarsi in un buon cantautore che a sprazzi si diverte ancora col rap ma che per il resto del tempo preferisce riempire gli stadi.

(2017, Universal)

01 Oh, Vita!
02 Sbagliato
03 Chiaro di luna
04 In Italia
05 Le canzoni
06 Viva la libertà
07 Navigare
08 Ragazzini per strada
09 Quello che intendevi
10 SBAM!
11 Amoremio
12 Paura di niente
13 Affermativo
14 Fame

IN BREVE: 3/5

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