Home RECENSIONI Kaiser Chiefs – Duck

Kaiser Chiefs – Duck

C’erano una volta i Kaiser Chiefs. C’era una volta un band tanto brillante quanto divertente, che – fino all’ottimo “Education, Education, Education & War” del 2014 – aveva sbagliato davvero poco o nulla. Poi la prima sbandata con il pessimo “Stay Together” del 2016 e adesso un altro pesante indizio che tende a diventare prova: inutile girarci attorno, Duck è un album a tratti divertente, ma sostanzialmente brutto.

Il disco fila via innocuo, pieno zeppo di brani riempitivo, che – per loro stessa definizione – non riescono mai a graffiare come dovrebbero e come ci si aspetterebbe. Cosa grave, perché – per quel che ci riguarda –  è sempre preferibile un album con una manciata di ottimi brani alternati a robaccia rispetto a un disco tremendamente appiattito, con la qualità media che comunque – e lo diciamo a scanso di equivoci – viaggia nell’ambito dell’insufficienza piena.

L’album cerca di partire con un po’ di slancio con il singolo danzereccio People Know How To Love To Another, che prova a recitare il ruolo dell’inno corale e stimolare il sing along, ma è un brano che ai tempi d’oro della band avrebbe al massimo potuto essere una (per di più scadente) b-side. Leggermente sopra la media, nella parte centrale del disco, la ruffiana Record Collection, The Only Ones e The Lucky Shirt, ma è davvero poca roba.

Non ci soffermiamo sul resto, perché parlare di canzoni come Target Market e Northern Holiday sarebbe come sparare sulla croce rossa. Peccato, perché noi con i Kaiser Chiefs in passato c’eravamo davvero divertiti, ma la spirale negativa nella quale sono entrati Ricky Wilson e soci sembra non avere più fine.

(2019, Polydor)

01 People Know How To Love One Another
02 Golden Oldies
03 Wait
04 Target Market
05 Don’t Just Stand There, Do Something
06 Record Collection
07 The Only Ones
08 Lucky Shirt
09 Electric Heart
10 Northern Holiday
11 Kurt vs Frasier (The Battle For Seattle)

IN BREVE: 2/5

Karol Firrincieli
Una malattia cronica chiamata britpop lo affligge dal lontano 1994 e non vuole guarire. Bassista fallito, ma per suonare da headliner a Glastonbury c'è tempo. Nell'attesa lavora come farmacista, quando può viaggia per il mondo verso mete ricercate e scrive con passione per Il Cibicida dal 2009.