King Krule – The OOZ

Anche questa volta King Krule è riuscito a guadagnarsi il trono di principe delle tenebre. Ne avevamo il sospetto da “6 Feet Beneath The Moon” (2013), l’album di esordio con cui abbiamo imparato a riconoscere la figura sbieca dai capelli vermigli che sembrava cantare proprio dal sopracitato strato sublunare, ed è proprio da qui che Archy Marshall continua a mandarci vibrazioni con la sua musica.

Un ritorno in grande stile quello di The OOZ, il cui titolo non è solo un gioco di inversione di uno degli pseudonimi che Archy Marshall usa per rappresentare la parte di se stesso in scena: Zoo Kid. In un’intervista rilasciata per Pitchfork, ha rivelato in un flusso di coscienza la definizione di questo neologismo: “It’s all about the shit you do subconsciously, like the snot, the earwax, your spit, your jizz, your piss, your shit. Your beard, your nails. You don’t ever think, Wow, I’m actually pushing all this stuff constantly-my brain’s creating all this gunk, this forcefield. And I guess that kind of saved the whole thing”.

E il “whole thing” cui fa riferimento, come se un motore immobile lo avesse generato, è proprio “The OOZ”, diciannove tracce che trasportano l’ascoltatore nella reificazione di un subconscio nel suo lato più oscuro. Un mondo alienante e ignavo, in cui la solitudine genera i suoi mostri, in questo caso sotto forma di musica.

Così come nel video di Dum Surfer, siamo trascinati in un sogno angoscioso fatto di zombie, bar fatiscenti e taxi che sfrecciano nel cuore della notte. Un leitmotiv che si traduce nel titolo di Half Man Half Shark, dal riff coinvolgente ed energizzante, in cui la figura dell’uomo-ibrido, ancestralmente relegata alla solitudine, viene meno della propria umanità per far spazio a quella selvaggia, più tetra: l’unica riconosciuta dalla società.

“I’m not in the mood, but I gotta move”, dice il primo verso di The Locomotive, i testi e le melodie non prendono una direzione ben precisa, sono dei veri e propri spleen che accompagnano dissonanze e suoni stranianti spaziando tra trip hop, jazz, rock e la voce baritona di Archy che ci rimanda alla dark wave e al post punk, discepolo della stessa inquietudine presente in “Blackstar” di Bowie. Un lavoro invidiabile per la giovane età, indubbiamente figlio del suo tempo e delle sue sofferenze.

(2017, XL)

01 Biscuit Town
02 The Locomotive
03 Dum Surfer
04 Slush Puppy
05 Bermondsey Bosom (Left)
06 Logos
07 Sublunary
08 Lonely Blue
09 Cadet Limbo
10 Emergency Blimp
11 Czech One
12 A Slide In (New Drugs)
13 Vidual
14 Bermondsey Bosom (Right)
15 Half Man Half Shark
16 The Cadet Leaps
17 The OoZ
18 Midnight 01 (Deep Sea Diver)
19 La Lune

IN BREVE: 4/5

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