Lana Del Rey – Norman Fucking Rockwell!

Ad oggi, Lana Del Rey è una tra i pochissimi artisti a unire fruitori musicali opposti; per giustificare un gradimento così indistinto, dipendente da nient’altro che dall’attivazione di circuiti neurologici, spesso ci si è chiesti quale geniale camuffamento indossasse questa sensuale ragazza mistificatrice, travestita da pin-up noir e marketing doll, additata come antifemminista e apolitica, o come prodotto creato a tavolino dall’industria discografica, come se poi l’industria stessa avesse questi generosi introiti da reinvestire in qualcosa di cui, dati i tempi, l’unica certezza è l’incognita del ritorno economico. La verità è che non esiste una pop star la cui immagine non sia studiata meticolosamente, con il piccolo e insignificante particolare che, con ogni probabilità, è la stessa Lana Del Rey a tenere le redini di un impero personale in via di espansione. Altra verità è che al pubblico di tutto questo non importa assolutamente nulla: è una riflessione talmente banale da risultare quasi fastidiosa, ma tant’è.

Nonostante questo, negli ultimi sette anni Lana Del Rey ha costantemente rafforzato la sua credibilità creativa e musicale, rimanendo sempre fedele a se stessa. La sua carriera decennale abbraccia cinque album, accolti più che discretamente e sopravvissuti ad anni di polemiche tra i guardiani del sacro fuoco musicale. E qualora a dipanare i dubbi sull’autenticità della Del Rey non bastassero le testimonianze di chi ha lavorato a stretto contatto con la cantautrice molto prima del successo planetario (David Nichtern della 5 Point Records la definì impossibile da gestire) basterebbe riflettere sul fatto che Norman Fucking Rockwell! non tenta goffamente di riconquistare la magia del suo debutto “Born To Die” (2012), o inseguire le attuali tendenze nel panorama musicale sempre instabile, magari prendendo spunto dall’accessibilità sonora di “Lust For Life” (2017).

“Norman Fucking Rockwell!” non è un album marcatamente politico o apertamente femminista, ma una tavolozza ampia e vacillante come l’Oceano Pacifico in grado di traghettare riflessioni, ansie e modi, vulnerabili e onesti, con cui cambia il punto di vista di una persona. E se anche a Pitchfork, che nel 2012 definì “Born To Die” un “falso orgasmo” e oggi elargisce a “Norman Fucking Rockwell!” (con una puntina di esagerazione) un 9.4 è accordato il diritto di rivedere le proprie posizioni senza perdere credibilità, perché per lei dovrebbe essere diverso?

C’è un sapore sensuale e amarostico nei 67 minuti che scandiscono il disco e quei riferimenti palpabili all’iconografia classica, che da sempre sono un watermark nella discografia dell’artista statunitense, risplendono insieme alle allusioni personali trasformando la rabbia in nostalgia erotica, beffando il grande sogno americano, ricordando legami intricati umani o patriottici: la comparsa di Norman Rockwell dentro la title track e in Mariners Apartment Complex, Neil Young in Cinnamon Girl, gli ultimi istanti di vita di Dennis Wilson appaiono in The Greatest, un cameo di Crosby, Still & Nash in Bartender e di Joni Mitchell in California, troppi per citarli tutti.

Doin’ Time è un grandioso lavoro di coverizzazione, omaggio a “Bradley Nowell” dei Sublime, un risultato quasi perfetto (il quasi sta a evitare esagerazioni di sorta) ottenuto dal duo Del Rey e Jack Antonoff (coproduttore e coautore di tutto l’album): cover di una cover contenente a sua volta svariati sample (“Slow And Low” dei Beastie Boys, “Jump For Jah” di Ini Kamoze, “Buffalo Goals” di Malcom McLaren, “Holy Thursday” di David Axelrod). Non è un particolare di poco conto che bastino un paio di ascolti perché la maggior parte delle tracce risuonino in testa incessantemente e, probabilmente, l’aver accantonato temporaneamente arrangiamenti orchestrali e languide profondità sonore per aggiungere un suono più spoglio e meno paillettato può evitare di disperdere l’attenzione durante le ultime quattro tracce: The Greatest, Bartender, Happyness Is A Butterfly e la closening track scivolano leggermente incapsulando dentro un equilibrio tra realtà e fantasia.

Occorre cautela, “Norman Fucking Rockwell!” non è un masterpiece ma è giusto chiarire: trovare una copiosità così tanto stimolante per un album pop è un’innegabile rarità. Non c’è trucco e forse non c’è neanche inganno, questa è la vera sensualità: dissacrante, noir, struccata.

(2019, Polydor / Interscope)

01 Norman Fucking Rockwell
02 Mariners Apartment Complex
03 Venice Bitch
04 Fuck It I Love You
05 Doin’ Time
06 Love Song
07 Cinnamon Girl
08 How To Disappear
09 California
10 The Next Best American Record
11 The Greatest
12 Bartender
13 Happiness Is A Butterfly
14 Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me To Have – But I Have It

IN BREVE: 3,5/5