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Leonard Cohen – Thanks For The Dance

”Non avevo nulla, solo le parti vocali. Quando mio padre è morto ci sono voluti sette mesi per prendere coraggio, andare nel mio garage e iniziare a riunire il gruppo di lavoro, velocemente abbiamo creato la musica per queste canzoni di cui avevamo i testi ma pochissima parte melodica, abbiamo iniziato a pensare a  come poter tenere in vita queste canzoni, a riportarlo con noi, c’è venuto spontaneo riutilizzare delle tecniche musicali che negli anni lo hanno contraddistinto; in questo modo il pubblico sarebbe riuscito a fare un vero e proprio viaggio attraverso la musica di Leonard Cohen, mi sembrava di chiacchierare costantemente con mio padre e di chiedergli la sua”.

Per chi, come chi scrive, ha certamente abbandonato un pezzo non indifferente di sé lungo le composizioni del Maestro di Montréal, queste pur splendide intenzioni esposte da Adam Cohen potevano facilmente tramutarsi in un pericoloso Frankenstein – come spesso avviene quando i figli mettono mani all’opera dei genitori. Poteva, questo Thanks For The Dance, essere una débâcle immeritata, un commiato non richiesto dopo l’uggioso splendore di “You Want It Darker” (2016).

Poteva, e le probabilità erano alte per un critico pessimista, ma poi sono arrivate The Goal Happens To The Heart. E una luce è filtrata, prepotente e pruriginosa, sui mobili e sulle fotografie, sui fogli immoti e sui fantasmi degli amori ch’erano liberi per la stanza, sicuri che nulla avrebbe potuto più scoprirli. Una luce è filtrata e si è tramutata, brano dopo brano, in una delle più belle conversazioni famigliari e generazionali che il cantautorato ricordi.

Perché, come giustamente diceva lui, si riesce a intendere nell’anima di questi nove pezzi il dialogo, la chiacchiera, il confronto: la vita. Adam non ha semplicemente omaggiato il lascito di Leonard: ha costruito, da scheletri già moventi, creature dotate d’anima e sogni, ricordi e futuro, bagnate di stelle e memoria. Ascoltare The Night Of SantiagoPuppets, Listen To The Hummingbird è realmente come vedere materializzarsi innanzi un parente scomparso, tornato d’improvviso per un ultimo e insperato e fortissimo arrivederci. E in questa straordinaria macchinazione alchemica risiede la grandezza indissolubile dell’album: in questo caso/non caso che ha reso protagonisti degli outtakes considerati troppo luminosi per “You Want It Darker”, ma che giunti appena dopo chiudono il cerchio dell’esistenza di uno tra i più grandi (il più grande?) songwriter di sempre in modo ancor più memorabile.

Sarebbe corretto che questa raccolta fosse, e non è pedanteria, firmata Leonard & Adam Cohen. E sin da questa auto-negazione si comprende il lavoro che, eticamente e artisticamente, è stato condotto. Una sottrazione del sé che sublimasse il noi; un eclissamento del poi che rispettasse il pre. La nostra danza (magnifica la title track, peraltro) è in onore di Leonard. Ma l’ultimo ballo ce l’ha concesso Adam. Per questo il ringraziamento che portiamo in grembo è doppio, lo scambio è triplo, lo stupore multiplo. Perché è un capolavoro a quattro mani. Quelle che servono a chiudere un abbraccio.

(2019, Sony)

01 Happens To The Heart
02 Moving On
03 The Night Of Santiago
04 Thanks For The Dance
05 It’s Torn
06 The Goal
07 Puppets
08 The Hills
09 Listen To The Hummingbird

IN BREVE: 4,5/5

Michele Leonardi
Michele Leonardi è nato. Vive, persino; da qualche parte. Per il resto, si affida momentaneamente a Sereni: “Nulla nessuno in nessun luogo mai”.