Massimo Volume – Il nuotatore

Scriveva Karl Kraus: “Quando il sole della cultura è basso, anche i nani hanno l’aspetto dei giganti”. Vale per tutto, come solo i grandi aforismi sono in grado di fare; e vale anche per la musica. Vale specialmente in questo periodo di insolito e inaspettato nazionalismo discografico, in cui le vendite dei prodotti nostrani schiacciano quelle internazionali e i confini tra nicchia e mainstream si assottigliano tanto pericolosamente da farsi fragili e penetrabili.

Il compito della critica, lo è sempre stato, è farsi cane da guardia di quel limite invalicabile e sacro. Chiarire dunque l’enorme differenza che intercorre tra un’opera dimenticabile e una indimenticabile, tra un’usa e getta e un’edicola votiva. I Massimo Volumestanno dalla parte dei santi, sono anzi – probabilmente – alla destra e alla sinistra del Padre, ai suoi piedi e alle sue spalle, in ogni luogo e in ogni tempo. Sono, in poche parole, l’apice assoluto della musica che un tempo definivamo indipendente – e che oggi mostra la sua indipendenza poiché lontana dalle glorie effimere e vicina, semplicemente, a se stessa.

Emidio Clementi, Egle Sommacal e Vittoria Burattini giungono con Il nuotatore al loro settimo disco in studio, a sei primavere da “Aspettando i barbari” (2013). Si presentano, per la prima volta, in veste di trio: una scelta a suo modo radicale che condiziona, inevitabilmente, la resa sonora complessiva. L’avvio, affidato a Una voce a Orlando, è il solito gancio marchio di fabbrica: le chitarre sono un coro e la voce il controcanto, che rievoca l’attentato in un night club della metropoli statunitense. Già s’intravvede la nuova linea lirica dell’album: più narrativa, meno inneggiante; più liquida, più avvolgente, meno elettrizzante. La ditta dell’acqua minerale è forse l’apice del lotto: un lessico famigliare del fallimento in cui lo scheletro della band dà il suo meglio su ogni fronte, consegnando un altro classico d’una carriera ormai trentennale.

Ma è, sfortunatamente, tempo di fare anche i conti con ciò che funziona meno. Al di là della palpabile assenza, sopra ogni cosa, dell’ottimo Stefano Pilia, la sensazione è che quando i Nostri rallentano manchi un po’ di nitidezza. Amica prudenzaL’ultima notte del mondo e Fred sono episodi non scintillanti, indispensabili nell’economia dell’LP ma pur parzialmente grigi – seppure una traccia grigia dei Massimo Volume valga sempre cento volte una traccia vivida di un gruppo a caso tra quelli che “tirano”.

Il nuotatore, title track, è una delle migliori poesie uscite dalla penna di Clementi, nonché altro momento topico dell’insieme. La Spoon River de L’ultima notte del mondo è un leitmotif dei Nostri, qui impegnati nel loro pezzo più aggressivo e torbido – come l’incredibile storia vera alla base di Mia madre e la morte del gen. José SanjurjoVedremo domani (che ricorda, già dal titolo, “Un altro domani” del 2011) sigla un brano dalla struttura quasi classica, con un qualcosa di simile a un ritornello incerto tra speranza e paura: l’umore dominante di ogni essere umano pensante nostro contemporaneo (e non).

Una sola cosa è certa: in questo avvenire che ricorda, citando Faber, un costantissimo giorno incerto di nuvole e sole, i Massimo Volume sono il raggio di luce che filtra dalla crepa, indomito e splendente. Anche se onestamente non al meglio della forma, l’ombra di Clementi, Sommacal e Burattini è lunga perché, in mezzo a un mondo di nani, loro sono effettivamente dei giganti.

(2019, 42 Records)

01 Una voce a Orlando
02 La ditta dell’acqua minerale
03 Amica prudenza
04 Il nuotatore
05 Nostra Signora del caso
06 L’ultima notte del mondo
07 Fred
08 Mia madre e la morte del gen. José Sanjurjo
09 Vedremo domani

IN BREVE: 4/5