Moby – Everything Was Beautiful, And Nothing Hurt

Dopo gli ultimi due album elettro-punk-rock (“More Fast Songs About The Apocalypse” del 2017 e “These Systems Are Failing” del 2016) con il progetto The Void Pacific Choir, strettamente connessi alla crociata contro la famiglia Trump per denunciare “il loro coinvolgimento nel crimine organizzato, nel terrorismo sponsorizzato, con gli oligarchi russi”, Moby finalmente si quieta, o forse si rassegna al fatto che ritornare a un mood sonoro conforme agli anni di “Play” sarebbe potuta essere cosa buona e giusta.

La verità è, però, che a differenza del pluripremiato album del 1999, uno dei pochi esempi in cui un genere musicale risulta svincolato dalla nicchia e viene eretto a successo mondiale, Everything Was Beautiful, And Nothing Hurt è un disco rilevante contenutisticamente, prodotto in maniera eccellente ma sufficiente a livello sonoro. Moby, 53 anni compiuti e un notevole background socio-culturale (al netto degli effetti di stupefacenti vari, si dice sobrio da quasi dieci anni), da molto tempo ha ormai dato priorità all’educazione intellettuale del suo pubblico piuttosto che alla qualità delle composizioni sperimentali (una delle sue pratiche preferite è stata l’inserzione di saggi brevi all’interno di alcuni dei suoi album).

I riferimenti poetico-letterari che si nascondono dietro alcune componenti dell’album, aprono le porte a una costante dialettica tra luce e buio, tra solido e vulnerabile. Non c’è traccia di campionature vocali, solo Moby, Mindy Jones, Julie Mintz, Apollo Jane e Raquel Rodriguez che contribuisce in modo rilevante a rendere eterea Like A Motherless Child, un canto classico della tradizione afroamericana.

Per il resto, richiami alle ambientazioni cristiano-apocalittiche, tratte dal poema di William Butler Yeats (“The Second coming” in The Ceremony Of Innocence), si alternano col tributo al romanzo di Kurt Vonnegut, “Slaughterhouse 5” (da cui è tratto il titolo dell’album) fino a un  riferimento all’artista soul americano Baby Huey (Welcome To Hard Times). Parecchi sono i punti deboli di quest’album, primo fra tutti la voce di Moby che ad esempio toglie potenza a Mere Anarchy, brano che per il resto è una splendida opening track. The Tired And The Hurt e Falling Rain And Light, se fossero state due outtake di “Play” nessuno, probabilmente, se ne sarebbe accorto.

“Everything Was Beautiful, And Nothing Hurt” è un album pallido, quasi come un ragù scondito, anche se non del tutto: This Wild Darkness e A Dark Cloud Is Coming, splendidamente gotiche e austere, si lasciano ri-ascoltare volentieri. In sintesi, un disco che farà felici i fan di Moby non oltre gli anni ’90, ma resta un lavoro stanco e un po’ distratto, probabilmente dai preparativi di Circle V, il Festival Vegan di Los Angeles di cui Richard Melville Hall è promotore e organizzatore.

(2018, Mute / Little Idiot)

01 Mere Anarchy
02 The Waste Of Suns
03 Like A Motherless Child
04 The Last Of Goodbyes
05 The Ceremony Of Innocence
06 The Tired And The Hurt
07 Welcome To Hard Times
08 The Sorrow Tree
09 Falling Rain And Light
10 The Middle Is Gone
11 This Wild Darkness
12 A Dark Cloud Is Coming

IN BREVE: 3/5