Monolithe – Nebula Septem

I Monolithe sono una creatura unica. Francesi anomali, avvezzi a sonorità lente e grandiose, da oltre dieci anni un punto di riferimento per chi di doom metal ne mastica parecchio. Quattro album di bellezza e profondità crescente, caratterizzati da un’unica traccia (sempre intorno all’ora di durata) di un funeral doom cangiante e dalla forte componente ambientale.

Con i successivi “Epsilon Aurigae” e “Zeta Reticuli” l’approccio cambia completamente, nonostante in “Monolithe IV” una maggior tendenza a complicare le linee e cercare soluzioni più intricate era già percepibile. Platter quadrati da tre tracce di quindici minuti spaccati ognuna, aggiungono un sapore progressivo e razionale a un insieme comunque mai di semplice accesso. Nebula Septem va oltre. È un disco figlio di una evoluzione ponderata, nato per sconvolgere ulteriormente gli assetti secondo una logica che definire ferrea sarebbe un eufemismo.

Settimo lavoro di sette brani per sette minuti, composti in sette tonalità diverse ed eseguiti da ben sette musicisti, con la voce questa volta a totale appannaggio di Sebastien Pierre degli Enshine. Ben poco ci è dato sapere dello storico vocalist Richard Loudin, ma il growling di Pierre possiede un timbro tanto bello e profondo da elevare anche questo elemento a uno standard superiore.

“Nebula Septem” è spiazzante per complessità e varietà di sfaccettature percepibili. Abbandonato totalmente il funeral degli esordi, il songwriting si attesta su un prog doom in cui sono le tastiere a farla da padrone (Anechoic Aberration), accompagnate da una molteplicità di linee di chitarra circolari e avvolgenti che disegnano a tratti melodie accostabili ad alcune prove dei My Dying Bride (Delta Scuti); in altre occasioni sono invece gli Opeth di metà carriera a fare capolino (Burst In The Event), come se Akerfeldt avesse deciso di tentare vie più pacate dopo la svolta di “My Arms, Your Hearse”.

Tra oscure e cervellotiche dissonanze, ogni pezzo si sviluppa con forte personalità e precisa identità. Il trittico conclusivo si attesta su un livello così elevato da definire con probabilità un nuovo standard per il genere: la contorta Engineering The Rip, l’incalzante Fathom The Deep e la closer strumentale new wave Gravity Flood rappresentano lo stato dell’arte di una gran fetta di doom metal che, oltre a essere in questi anni (assieme al black) il terreno più fertile per osare nuovi azzardi, trova nel monolite francese uno dei migliori interpreti di sempre. Imperdibile.

(2018, Les Acteurs De l’Ombre)

01 Anechoic Aberration
02 Burst In The Event
03 Coil Shaped Volutions
04 Delta Scuti
05 Engineering The Rip
06 Fathom The Deep
07 Gravity Flood

IN BREVE: 4,5/5