Mudhoney – Digital Garbage

Se sei una band e hai una certa disponibilità economica puoi affidarti al miglior produttore in circolazione; puoi scegliere lo studio che suona meglio; puoi utilizzare strumentazione che costa un capitale e puoi avvalerti di mezzi promozionali pressoché illimitati. Così, magari, almeno una parte di ciò che hai speso potrà rientrare in cassa. Ma c’è una cosa che non puoi acquistare neanche fossi Bill Gates, non parliamo del talento (tanto fondamentale quanto scontato) né della tecnica (importante, ma non troppo): parliamo di attitudine.

I Mudhoney sono trent’anni esatti quest’anno che in quanto ad attitudine le danno di santa ragione a tutti, giovani e meno giovani. Avrebbero potuto edulcorarsi e puntare in alto, sulla scia di colleghi il cui nome sta lì ingombrante nella storia del rock, ma per farlo avrebbero dovuto snaturarsi. E Mark Arm già ai tempi dei Green River aveva preso una strada diversa rispetto a Stone Gossard e Jeff Ament, proprio per questo motivo: lui non aveva, non ha e siamo certi non avrà in futuro alcuna voglia di cambiare rotta. Lui e i Mudhoney sono sporcizia allo stato sonoro, sono voci dal basso che restano in basso, sono voci che puoi anche ignorare ma che se le ascolti non puoi restare indifferente, sono indipendenti per concezione e non per asservirsi a moderne etichettature.

E a proposito di tempi moderni, Digital Garbage è uno sguardo su ciò che circonda una band di ultracinquantenni alle prese con un mondo che precipita in un baratro di inconsistenza sociale e culturale: Paranoid Core fa un tagliente verso al populismo imperante che s’è impossessato dell’Occidente, Prosperity Gospel e Messiah’s Lament ne hanno per l’ipocrisia della morale religiosa, mentre il singolo Kill Yourself Live è la chiave concettuale dell’album, scagliato com’è contro le distorsioni create dalla spazzatura digitale che infesta i social network (bastano i versi iniziali a rendere il concetto: “When I kill myself live / I got so many likes / Go on give it a try / Kill yourself live / You’ll never be more famous / You’ll never be more popular / Everyone will be watching on their little screens / It will be fabulous / It will seem so unreal”).

I trentaquattro minuti del disco, poi, dimostrano ancora una volta come i Mudhoney non ripetano pedissequamente la formula che li accompagna da tre decenni: ad esempio Hey Neanderfuck prende il garage-punk della band e lo filtra attraverso un setaccio sludge-oriented, mentre Night And Fog e Next Mass Extinction puntano tutto su ritmi dilatati che vedremmo bene in zona Sacred Bones (ma qui l’egida è ancora della Sub Pop, state tranquilli). Il punk è sempre il punk e i Mudhoney, come si diceva sopra, non hanno intenzione di lasciarselo alle spalle: Please Mr. Gunman e Prosperity Gospel guardano in tal senso ai maestri dei maestri, a quegli Stooges con cui Arm e i suoi hanno sempre avuto più di qualcosa in comune.

A cinque anni dal precedente “Vanishing Point” (2013), così, i Mudhoney segnano un’altra tacca nella loro personalissima battaglia contro i conformismi, con un piglio che in mano ad altri avrebbe potuto anche stridere e sembrare banale e banalizzante, ma che inserito in un percorso come quello di Mark Arm, Steve Turner, Dan Peters e Guy Maddison trova la perfetta quadratura del cerchio. Semplicemente immensi.

(2018, Sub Pop)

01 Nerve Attack
02 Paranoid Core
03 Please Mr. Gunman
04 Kill Yourself Live
05 Night And Fog
06 21st Century Pharisees
07 Hey Neanderfuck
08 Prosperity Gospel
09 Messiah’s Lament
10 Next Mass Extinction
11 Oh Yeah

IN BREVE: 4/5