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Mudhoney – Vanishing Point

Quando il calderone del grunge era ancora in fase di ebollizione, quando fu il momento di decidere quale “strada” imboccare affinché la rabbia di quella Generazione X di base a Seattle potesse colpire più duro, Mark Arm e i suoi Mudhoney optarono per l’approccio più sporco e lo-fi possibile: quello punk. Un approccio che negli ormai venticinque anni di carriera della band non è mai venuto meno, anche a discapito di un successo commerciale che per i Mudhoney può tranquillamente ritenersi mai arrivato, se messo a confronto con quello ottenuto da Pearl Jam, Soundgarden e compagnia bella. Ma chi ha amato ed ama tutt’oggi i Mudhoney lo fa anche e soprattutto per questo motivo, per questo loro esser stati i duri e puri della situazione, i meno inclini a puntate verso l’easy listening di quella scena che ha cambiato – forse per l’ultima volta – il modo di concepire il rock.

Quella nicchia che li ascoltava e li ascolta ancora, dunque, non potrà non apprezzare questo Vanishing Point, nona fatica in studio licenziata sempre sotto l’egida della Sub Pop. L’album, nei suoi trentaquattro minuti di durata, non vanta di certo chissà quale spunto epocale, in coerenza con ciò che si chiede a una band con la storia e il background dei Mudhoney. “Vanishing Point” paga pegno, come spesso è accaduto nella discografia dei nostri, agli Stooges, a quelle ambientazioni grigie e industriali che si confanno alla perfezione al cantato indolente e gracchiato di Arm e alle strutture chitarristiche firmate da Steve Turner. E basta ascoltarlo Turner, in brani come l’iniziale Slipping Away, The Final Course o I Don’t Remember You (in cui becchiamo anche un neanche troppo velato citazionismo di Hendrix), per rendersi conto di come i Mudhoney suonino ancora tremendamente stoogesiani.

Ad estremizzare ancor di più il concetto punk ci pensa poi un brano come Chardonnay, pezzo di poco oltre il minuto e mezzo che ha tanto della foga hardcore di una formazione come i Minor Threat, giusto per limitarsi a citare i guru di quella scuola. Fra virate sixties e divertissement piacioni (vedi I Like It Small), “Vanishing Point” celebra egregiamente il quarto di secolo di una formazione cui spesso viene riconosciuto meno merito di quello effettivamente avuto. I Mudhoney di ciò se ne infischiano altamente e continuano a far rumore per i fattacci loro, rendendoci di tanto in tanto partecipi della cosa. God bless them.

(2013, Sub Pop)

01 Slipping Away
02 I Like It Small
03 What To Do With The Neutral
04 Chardonnay
05 The Final Course
06 In This Rubber Tomb
07 I Don’t Remember You
08 The Only Son Of The Widow From Nain
09 Sing This Song Of Joy
10 Douchebags On Parade

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.