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Mumford & Sons – Wilder Mind

wildermindC’è poco da girarci intorno: Wilder Mind è uno di quegli album destinati a far discutere, in quanto segnerà inevitabilmente le sorti future di una fra le band più acclamate degli ultimi anni. Dopo due lavori votati al folk nelle sue declinazioni indie e pop come “Sigh No More” (2009) e “Babel” (2012), Marcus Mumford e i suoi lasciano a casa il banjo e le sonorità acustiche per immergersi in ambienti marcatamente pop che richiamano alla mente con prepotenza campioni del genere quali i Coldplay.

Tradimento? Crescita? Probabilmente né l’una né l’altra cosa, “Wilder Mind” in fondo mantiene costanti le peculiarità compositive della band londinese: le melodie azzeccatissime, i testi a tratti melensi che favoriscono sempre una facile immedesimazione, la pulizia radio friendly che gli ha permesso di ottenere i risultati raggiunti coi primi due capitoli della propria discografia. Peculiarità confermate anche stavolta, ma attraverso un altro percorso.

Il singolo di lancio Believe (così come Only Love), ad esempio, nella semplicità del suo climax ascendente, nella sua ruffianeria, non può che essere annoverato fra i brani meglio riusciti della produzione a firma Mumford & Sons, proprio perché a prescindere dall’elettricità suona Mumford al 100%. La title track (così come Hot Gates) strizza l’occhio ai The National e non è forse un caso che Aaron Dresner abbia preso parte alle registrazioni, l’altro singolo The Wolf e Ditmas potrebbero essere brani qualsiasi di una qualsiasi band indie rock, con tutti i pro e i contro del caso. Broad-Shouldered Beasts, invece, è l’unico momento in cui la band riprende in mano l’acustica, un po’ un contentino per i nostalgici del sound dei primi due dischi.

La sezione ritmica si sente forte e marchia a fuoco l’intero album, vero distinguo rispetto al passato insieme alla già citata chitarra elettrica, che non arriva a distorcersi ma in certi momenti parrebbe quasi vicina a farlo, mentre le tastiere e gli archi passano il cesello a una creatura pop-rock che si rivela di tutto rispetto.

Come si diceva all’inizio, “Wilder Mind” deluderà quanti apprezzavano le camicie a quadretti, le giacchette e le spighe di grano fra le labbra, mentre a tutti gli altri suonerà come una gradevole variazione su un tema diventato in poco tempo fin troppo monotono. Sul fatto che questa possa essere la dimensione definitiva dei Mumford & Sons, però, non ci scommetteremmo, perché di solito si torna sempre sul luogo di un delitto ben riuscito.

(2015, Glassnote / Island / Gentlemen Of The Road)

01 Tompkins Square Park
02 Believe
03 The Wolf
04 Wilder Mind
05 Just Smoke
06 Monster
07 Snake Eyes
08 Broad-Shouldered Beasts
09 Cold Arms
10 Ditmas
11 Only Love
12 Hot Gates

IN BREVE: 3,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.