Paul McCartney – Egypt Station

L’importanza di Paul McCartney nella storia del XX Secolo, paragonabile a quella del Capo di Stato di una potenza mondiale, è talmente scontata da rendere superflua qualunque riflessione sulla sua capacità di composizione e di scrittura, con la conseguente evitabilità di paragoni con varie composizioni passate o su quanto sia opportuno o meno continuare a comporre.

Altrettanto inutile risulterebbe elencare le qualità professionali del Sir di Liverpool, i suoi successi discografici, le intuizioni azzeccate e sperimentate su se stesso e sugli altri, i malcontenti, le battaglie legali e i fatti che lo riguardano e che per anni hanno contribuito a scrivere alcune tra le pagine più importanti dal dopoguerra a oggi. Oltre questo, una cosa è certa: ogni contesto in cui ha collaborato in veste di esecutore/coordinatore (da Michael Jackosn a Steve Wonder, da Elvis Costello a Kanye West) si è sempre rivelata un’impresa azzeccata sotto ogni punto di vista.

Egypt Station esce a cinque anni di distanza da “NEW” del 2013 e come per il precedente McCartney fa qui una cernita oculata tra i produttori più blasonati, scegliendo Greg Kurstin (Adele, Beck), che ha supervisionato la maggior parte del disco, e Ryan Tedder (One Republic) per produrre e co-sceneggiare il singolo Fuh You. “Egypt Station” è la declinazione di un bel lavoro pop (pop melanconico in  I Don’t Know, pop farsesco in Fuh You, pop romantico in Happy With You, pop funky in Back In Brazil, pop politico in People Want Peace) o prog pop (Despite Repeated Warnings), e il primo pensiero che restituisce l’ascolto del disco è la follia di McCartney di competere proprio su questo mercato: la cosa ancora più folle è notare come l’ex Beatles ci riesca benissimo.

Al tempo dei Beatles, Paul McCartney era straordinariamente abile nel riunire la sua attitudine nella scrittura dei singoli con il forte interesse per la musica d’avanguardia, e buona parte del materiale inserito in “Egypt Station” dimostra la capacità innata dell’ex Beatles di stare al passo con un mondo musicale moderno che lui stesso ha aiutato a definire.

Buona parte, si diceva, perché a onor del vero il disco non è irrinunciabile in toto. C’è maggiore concentrazione di testi semplici ma seducenti, tracce accattivanti e arrangiamenti trainanti per una buona metà dell’album e tutto il materiale migliore, racchiuso all’interno dei primi trenta minuti, termina con la doppietta Confidante/Hand In Hand (con uno skip su People Want Peace, evitabile in qualunque posizione della trackilst).

Manca, all’interno dell’album, una traccia-gancio, come poteva essere “Queenie Eye” all’interno di “NEW”, anche se Come On To Me svolge le sue mansioni in maniera impeccabile, ruvida quanto basta e con un groove stiloso. Dominoes e Do It Now si perdono nella monotonia, Despite Repeated Warnings, nonostante le buone intenzioni, non decolla e Back In Brazil resta nella fase scolastica “intelligente ma non si applica”.

“Egypt Station” potrà non essere inserito per intero in una delle nostre playlist di Spotify, ma resta un disco piacevole e contraddistinto da quella forma di originalità che solo uno dei più grandi fondatori di un’era può essere in grado di creare, probabilmente senza eccessivi sforzi creativi.

(2018, Capitol)

01 Opening Station
02 I Don’t Know
03 Come On To Me
04 Happy With You
05 Who Cares
06 Fuh You
07 Confidante
08 People Want Peace
09 Hand In Hand
10 Dominoes
11 Back In Brazil
12 Do It Now
13 Caesar Rock
14 Despite Repeated Warnings
15 Station II
16 Hunt You Down/Naked/C-Link

IN BREVE: 3/5