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Pere Ubu – Lady From Shanghai

Balla ininterrottamente da trentacinque anni David Thomas. Giusto qualche pausa di tanto in tanto per riprendere fiato e poi di nuovo giù in pista. Discograficamente, sì, ma anche in quanto a esibizioni dal vivo li si vede spesso in giro i suoi Pere Ubu, intenti a far ballare anche noi. Quella danza moderna che solo Thomas sa mettere in piedi, nevrotica, scostante, meccanica, industriale. Come la sua Cleveland. Ma da “danza” a “dance” ne passa, e non ci riferiamo ovviamente alla sola traduzione italiano/inglese. Lady From Shanghai porta in quest’inizio 2013 il trasformismo sonoro dei Pere Ubu vicinissimo a una dimensione mai realmente toccata da Thomas e soci.

Sono l’elettronica e i campionamenti a farla da padroni, ai limiti della dance, sì. Il quadro è chiarissimo già a partire da Thanks e dalla successiva Free White, brani che aprono il lavoro: ci si dimena come tarantolati, in un ballo sconnesso inacidito dalla solita voce di Thomas, uno che non s’è mai fatto pregare quando c’è stato da tirar fuori gli attributi e scegliere una strada da imboccare, senza pensarci due volte. Feuksley Ma’am, The Hearing è campionamento allo stato puro, Thomas compreso, a creare un’atmosfera apocalittica che trasmette vaghe reminiscenze radioheadiane. Mandy (sarà lei la signora da Shanghai?) è in assoluto il brano più orecchiabile della tracklist, pochi versi che vanno ad oltranza per oltre sette minuti: “gioca con me, Mandy”, ripete ossessivamente Thomas. Ce l’immaginiamo lì con lui, sul palco.

Il lungo intermezzo rumoristico della parte centrale di And Then Nothing Happened richiama certe trovate d’inizio carriera, mentre l’incedere di Musicians Are Scum, Another One (Oh Maybellene) e The Road Trip Of Bipasha Ahmed è post-punk come te lo saresti aspettato dai Pere Ubu di fine ’70. Lampshade Man è il miglior pezzo firmato da David Thomas da tanti anni a questa parte: ritmica alienante, filtri vocali, corde graffiate, eco, ronzii e tutto il campionario che ha reso l’esperienza Pere Ubu seminale per com’è.

A chiudere l’album ci pensano 414 Seconds e The Carpenter Sun: la prima è uno di quei monologhi tanto nelle corde di Thomas; la seconda, invece, procede allo stesso modo in cui s’era cominciato, con strati d’elettronica sovrapposti l’un l’altro. Un po’ come a chiudere un cerchio. “Lady From Shanghai” è un lavoro ispirato che, mantenendo una coerenza di fondo, si trasforma nel corso delle sue undici tracce, destrutturando se stesso fino alla conclusiva deflagrazione. Un po’ come una danza sfiancante che mano a mano ti prosciuga le energie fino a farti stramazzare a terra. Ma che non puoi fare a meno di ballare.

(2013, Fire)

01 Thanks
02 Free White
03 Feuksley Ma’am, The Hearing
04 Mandy
05 And Then Nothing Happened
06 Musicians Are Scum
07 Another One (Oh Maybellene)
08 Road Trip Of Bipasha Ahmed
09 Lampshade Man
10 414 Seconds
11 The Carpenter Sun

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.