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Pipers – Juliet Grove

julietgroveA pensarci bene e a voler mettere a confronto insiemi non omogenei, la musica è un po’ come la cucina, geograficamente parlando. Si può provare a fare il sushi in Italia o in Germania, ma sarà pur sempre fusion. Oppure il couscous, ma non verrà mai fuori come a Marrakech, c’è poco da fare. Allo stesso modo, un canadese che volesse dilettarsi nel neo-melodico, non riuscirebbe mai bene – o male, a seconda dei punti di vista – come il ciarpame nostrano.

Tutto questo preambolo per dire che quelle band italiane che decidono di esprimersi in lingua inglese, con sonorità tipicamente anglosassoni, partono già dall’inizio con qualche inevitabile punto di penalizzazione. Ogni tanto, però, ci s’imbatte in qualche progetto che quelle formule riesce a farle proprie senza significativi contraccolpi, in barba ai km di distanza, ai paesaggi e al fottutissimo atlante.

E’ il caso dei napoletani Pipers, trio che giunge in quest’inizio 2014 al secondo lavoro in studio, il primo licenziato per la Pippola Music. Juliet Grove, questo il titolo dell’album, risente in tutto e per tutto di un evidente background fatto di ascolti radicati oltremanica, senza per questo rimanere incastrato in quel “fusion” di cui sopra che, se in cucina può anche andare bene, in musica fa storcere un po’ il naso.

Prendi l’approccio marcatamente beatlesiano dell’inciso di You & Me (From The Darkness), oppure il refrain di Something Wrong (fra i brani più convincenti del disco) o, ancora, quell’incedere à la Gallagher che accompagna dalla prima all’ultima nota di Steve Lamacq, tutte tracce inzuppate di quella caratteristica pioggerellina londinese che se non è un visto sul passaporto poco ci manca. Nulla di nuovo sotto il sole, è chiaro, per di più in un ambito – il brit pop/rock – che quanto di meglio aveva da dire l’ha già detto un bel po’ di tempo fa.

Ma, c’è un ma. Perché uno sguardo altrove i Pipers lo danno eccome, distaccandosi quando possibile dagli stilemi del genere, impregnando alcuni passaggi di un interessante folk d’annata: è il caso dell’armonica dylaniana (senza voler essere blasfemi) di Just A Lie, Sylvia o Outside Your Back Door. Ma anche gli archi di What I Mean To Say, in linea con le recenti tendenze alt-folk che hanno negli inserti classici quel qualcosa in più.

Se poi anche il singolo di lancio è una classica ballata a tinte pastello come Ask Me For A Cigarette (accompagnata da un videoclip molto particolare, in circolazione già da alcuni mesi), non si può non prestare un po’ d’attenzione a questo trio campano che d’italiano ha ben poco. Come il sushi in Giappone: al posto giusto.

(2014, Pippola Music)

01 Ask Me For A Cigarette
02 Safe
03 Just A Lie
04 Sylvia
05 What I Mean To Say
06 Steve Lamacq
07 Outside Your Back Door
08 Something Wrong
09 You & Me (From The Darkness)
10 Rain On The Asphalt

IN BREVE: 3/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.