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Pixies – Head Carrier

headcarrierEra troppo brutto per essere vero che il ritorno discografico dei Pixies dovesse essere derubricato alla sola voce “Indie Cindy”, l’accozzaglia di brani messi insieme e gettati di schianto sul mercato nel 2014. La circostanza stessa della sua esistenza, quindi, fa di questo Head Carrier un inatteso benvenuto.

L’album nella sostanza non presenta elementi di rottura rispetto al sound seminale della band, inanella dodici tracce che pescano a ritroso in quella fine anni ’80 che segnò indelebilmente la storia del rock indipendente, senza rischiare ma senza quei guizzi che hanno contribuito a piazzare i Pixies sul palmo delle mani di decine di altre formazioni a loro successive. Al contrario del suo scialbo predecessore, “Head Carrier” ha un’anima e una forma tutte sue (oltre che dinamiche natali ben diverse e lineari), non sconvolge per potenza ma non ha neanche la mollezza che ti aspetteresti dal Frank Black imbolsito del post reunion.

Non si fa affatto fatica a trovare familiarità con il graffio chitarristico di Baal’s Back o Um Chagga Lagga, con l’inizio tremendamente à la “Where Is My Mind?” di All I Think About Now (non può davvero trattarsi di una coincidenza) e persino col sapore pop di Classic Masher, che condensa un’altra delle caratteristiche identificative dei Pixies nei loro passaggi più cazzoni. Ma è tutto il disco a regalare un effetto déjà vu sempre in bilico fra il “dai, ci stanno ancora dentro” e il “no, qui avete proprio esagerato”, tra canonici climax su/giù/su, melodie ficcanti e un’impalcatura compositiva protetta da certezze granitiche: le urla gracchiate di Black, le rasoiate di Joey Santiago e la ritmica puntuale di David Lovering.

E al basso? Lì non c’è più Kim Deal e neanche la sostituta della prima ora Kim Shattuck, adesso il posto è di una Paz Lenchantin (già A Perfect Circle, Zwan e molteplici altri progetti) che pare davvero a suo agio accanto ai tre monoliti titolari del marchio Pixies, così tanto da prestare la voce alla già citata All I Think About Now, brano peraltro dedicato alla Deal, in un virtuale e romantico passaggio di consegne che dà stabilità alla line-up della band (consigliata la lettura del testo).

Non è questo l’album dei Pixies di cui avevamo bisogno, ma è il miglior album che questi Pixies potevano darci, siamo al cospetto di una leggenda e le leggende hanno bisogno di essere coltivate, riproposte e assecondate, senza colpi di coda che rischino di scarabocchiarne il valore. “Head Carrier” fa tutto ciò con apparente semplicità, dunque può andar bene così.

(2016, Pixiesmusic / PIAS)

01 Head Carrier
02 Classic Masher
03 Baal’s Back
04 Might As Well Be Gone
05 Oona
06 Talent
07 Tenement Song
08 Bel Esprit
09 All I Think About Now
10 Um Chagga Lagga
11 Plaster Of Paris
12 All The Saints

IN BREVE: 3/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.