Home RECENSIONI PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

thehopesixdemolitionprojectC’è stato un momento, circa dieci anni fa, in cui sembrava che PJ Harvey avesse perso un po’ del suo smalto, scalfito dagli sperimentalismi del non imprescindibile “White Chalk” (2007) e forse dal trascorrere inesorabile del tempo, che le aveva tolto aggressività. Poi nel 2011 ecco “Let England Shake”, il Mercury Prize, l’apprezzamento diffuso e una nuova epifania favorita da uno sguardo attento all’ambito socio-politico. Così si poteva solo scommettere su quale strada avrebbe imboccato Polly Jean per il suo nono lavoro in studio, atteso ben cinque anni.

Prima di parlare di questo The Hope Six Demolition Project, però, occorre fare un necessario excursus sul suo background: realizzato in larga parte lo scorso anno durante una vera e propria installazione artistica vivente alla Somerset House di Londra (con PJ e i suoi collaboratori impegnati a comporre dietro un vetro e sotto gli occhi dei visitatori), il disco ha fondamento nei viaggi affrontati dalla Harvey fra 2011 e 2014 in zone di guerra come Kosovo e Afghanistan e nell’occidentale Washington, D.C. in compagnia del fotografo Seamus Murphy, con cui ha partorito il libro di poesie/foto “The Hollow Of The Hand”, progetto parallelo all’album stesso.

Facile comprendere come la consapevolezza politica e l’enorme voglia di prendere il toro per le corna e schienarlo abbia portato PJ ad allontanarsi mentalmente e fisicamente dalla sua Inghilterra, dalla Grande Guerra narrata nell’album del 2011 e spunto di riflessione sulla contemporaneità, per osservare altre porzioni di mondo con lo stesso occhio critico. Occhio caduto inevitabilmente sugli Stati Uniti e sulla loro rappresentativa capitale, a partire dal titolo dell’album che prende spunto dal devastante progetto di gentrificazione “Hope VI”, varato dal Governo a inizio anni ’90 e rivelatosi molto più che fallimentare.

Così le istantanee della Harvey si soffermano sul River Anacostia, il fiume che divide in due Washington acuendo l’attrito visivo ricchezza/povertà fra una sponda e l’altra, arrivano fin sotto i monumenti rappresentativi della città in Near The Memorials To Vietnam And Lincoln fino ad entrare nel dettaglio dei danni arrecati dal progetto “Hope VI” ai meno abbienti con The Community Of Hope o The Ministry Of Social Affairs. Americano nel sound oltre che nell’ispirazione, in “The Hope Six Demolition Project” c’è spesso un andamento blueseggiato di cui non è complicato ritrovare le radici (vedi Chain Of Keys o la già citata The Ministry Of Social Affairs), un po’ di animo folk (A Line In The Sand, Medicinals), tratteggi gospel (nei cori della scurissima River Anacostia) e un ricorrente piglio vicino alla Patti Smith più sacrale e lirica.

Gli altri espedienti narrativi, che si tratti del battimani del singolo The Wheel, dei rumori di strada e delle voci di bambini della conclusiva Dollar, Dollar (condita da fiati e percussioni spettrali), dei cori arrembanti di The Ministry Of Defence o del sapore world di The Orange Monkey, fanno tutti parte della rinnovata urgenza espressiva di PJ Harvey, evolutasi dalla ricerca di consapevolezza tutta al femminile della prima parte di carriera all’attuale visione globale e politica che le ha fatto acquisire uno spessore enorme e pienamente in linea con la maturità.

È vero che l’attenzione di PJ risulta come filtrata da un velo che si frappone pericolosamente (evidenziando una certa distanza) fra l’artista e gli scenari che le si sono parati difronte durante il viaggio, chilometro dopo chilometro, ma si tratta di un modus operandi non nuovo alla Harvey che è l’essenza stessa del suo essere “Arte” anche quando tutt’intorno sgorgano sudore, sangue e lacrime. Con i dovuti distinguo di genere musicale, nazionalità e ambiente, se Kendrick Lamar rappresenta sempre più la voce del ghetto, vissuto in prima persona e solo dopo raccontato, PJ Harvey ambisce a essere – riuscendoci – quella un po’ radical chic ma incredibilmente lucida e chirurgica dell’europeo illuminato che sa quali tasti toccare per smontare l’indifferenza diffusa di chi abita il Vecchio Continente. Semplicemente immensa.

(2016, Island)

01 The Community Of Hope
02 The Ministry Of Defence
03 A Line In The Sand
04 Chain Of Keys
05 River Anacostia
06 Near The Memorials To Vietnam And Lincoln
07 The Orange Monkey
08 Medicinals
09 The Ministry Of Social Affairs
10 The Wheel
11 Dollar, Dollar

IN BREVE: 5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.