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Ride – Weather Diaries

Adesso ci sono davvero tutti: dopo i My Bloody Valentine nel 2013, i Lush (seppure con un EP) l’anno scorso e Jesus And Mary Chain e Slowdive quest’anno, mancavano solo i Ride alla rimpatriata dello shoegaze, chiesta a gran voce dal proliferare di nuove formazioni che si sono immerse fino al collo in quelle sonorità rasentando spesso il plagio. “Se qualcuno deve farlo ancora, perché non noi?”, si saranno chiesti questi cinque colossi del genere.

Ecco, i Ride sono arrivati per ultimi all’appuntamento, ma ci piace pensare che lo abbiano fatto per lavorare al meglio su questo Weather Diaries, visto che insieme a quello degli Slowdive si tratta del più riuscito fra i come back citati. I Ride dell’ultima fase della prima parte della loro carriera erano una band che aveva dismesso quasi del tutto l’impostazione che li aveva portati a essere ciò che erano: pochi echi, pochi riverberi, poche sferzate chitarristiche, in due parole poco shoegaze. Un progressivo logoramento interno che aveva portato Andy Bell e i suoi all’allontanamento e quindi alla definitiva chiusura dell’esperienza congiunta. La riacquisizione della propria identità è stato quindi un presupposto fondamentale per far credere possibile a loro – e rendere credibile a noi – un ritorno sulle scene dopo oltre 21 anni d’assenza.

Sarebbe azzardato affermare che, a parte l’approccio della band, “Weather Diaries” abbia tanto altro in comune con “Nowhere” (1990) o “Going Blank Again” (1992), i dischi cardine del Ride-pensiero. E ciò lo si deve probabilmente alla produzione, affidata qui a un Erol Alkan che ammoderna e non poco il sound dei quattro mettendoci la sua abilità nel modulare i suoni sintetici.

Per questo quando parte Lannoy Point, col tappeto elettronico in sottofondo e una cavalcata che non sai mai dove potrà portare, si ha la percezione perfetta di cosa siano i Ride del 2017 (un altro corposo assaggio lo abbiamo in Rocket Silver Symphony). Il pezzo manca delle chitarre, è questa la sua unica pecca, ma non bisogna aspettare molto per risentire anche loro: infatti già con Charm Assault ritornano protagoniste, per poi proseguire con All I Want ed esplodere del tutto nell’accoppiata Lateral Alice / Cali, cuore del disco che ne è la giusta rappresentazione.

L’altra anima dei Ride, quella dream pop, torna anch’essa a farsi sentire in “Weather Diaries”: è il caso di Home Is A Feeling, della breve strumentale Integration Tape e, soprattutto, della title track, sette minuti in cui atmosfere rarefatte si mischiano inscindibilmente a un piglio slowcore che chiude il cerchio di un piccolo capolavoro. Il finale è in discesa, con gli oltre dieci minuti complessivi di Impermanence e White Sands che rallentano i ritmi allo sfinimento.

“Weather Diaries” non è un album che fa gridare al miracolo, pesca in territori che tanto i Ride quanto noi all’ascolto conosciamo a menadito, ma ha il merito di dare una sostanziosa rinfrescata all’estetica della band e, visto ciò di cui sono stati capaci (in negativo) i maestri Jesus And Mary Chain, c’è solo da apprezzarne la ritrovata lucidità compositiva.

(2017, Wichita)

01 Lannoy Point
02 Charm Assault
03 All I Want
04 Home Is A Feeling
05 Weather Diaries
06 Rocket Silver Symphony
07 Lateral Alice
08 Cali
09 Integration Tape
10 Impermanence
11 White Sands

IN BREVE: 3,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.