Sandro Perri – In Another Life

Questo qui è un disco importante per la scena cantautorale nordamericana, una dimensione geografica che nel corso di questi ultimi anni non ha regalato, come era accaduto nel passato e tra gli anni Novanta e lo scorso decennio, un grosso quantitativo di exploit. Mi riferisco, beninteso, a quella che si può considerare come scena indipendente. Anche se la definizione attuale di “indie” si discosta nettamente dalla musica dell’ultimo album di Sandro Perri, cantautore e musicista canadese che vanta evidenti discendenze italiane.

Un nome che non è nuovo agli appassionati di musica ed è per la verità sulle scene sin dalla fine degli anni Novanta con i progetti Polmo Polpo, Glissandro 70 e Great Lake Swimmers, con una produzione solista che riprende adesso dopo una pausa durata sette anni. Musicista accorto e dedito alla sperimentazione, negli anni è stato associato al calderone post rock, definizione vacua e della quale si fa fatica a riconoscerlo come esponente tout court: il suo approccio sperimentale sul piano compositivo si può definire sicuramente come minimalista, in particolare per l’uso della strumentazione elettronica sintetica, che non è mai invadente ma in questo album specificamente funzionale in un quadro complessivo che ricorda il sound di Bill Callahan o se preferite il giusto compromesso tra Ry Cooder e l’avanguardia di Jim O’Rourke.

Un artista sensibile e forse rispetto a Callahan meno concreto e attaccato alla terra, ma più visionario o comunque astratto, con una scrittura simile in parte al primo Sufjan Stevens, Sandro Perri qui realizza un disco che comunque va fuori dagli schemi tipici del songwriting tradizionale. In Another Life è un album coraggioso e praticamente realizzato secondo la filosofia sperimentale del “songwriting infinito”, come definito dallo stesso Sandro, che si compone in sostanza di due tracce, di cui la title track è una lunga sessione di ventiquattro minuti, una sorta di mantra folk minimalista con imprinting decisamente americana. Il secondo atto invece si divide in tre parti, di cui due sono realizzate con l’ausilio prima del vocalist dei disciolti Deadly Snakes (che band!) Andre Ethier, poi di Dan Bejar (Destroyer).

Permangono le suggestioni fantasma della prima parte del disco, forse amplificate in una dimensione ancora più eterea, celestiale e alt rock oppure alt folk secondo alcuni dettami che furono anche marchio di fabbrica di Mark Linkous aka Sparklehorse (penso in particolare al disco “Dark Night Of The Soul” con Brian Burton aka Danger Mouse). Tutto qui però si muove in maniera sottile, la musica e le voci si insinuano sotto le fessure delle porte e poi si dilatano nell’aria riempiendo lo spazio e l’anima degli ascoltatori.

Resta una sensazione di pace e allo stesso tempo di malinconia più tipica della chanson francese che americana, ma che qui va a colmare quel buco nel continente nordamericano creatosi dopo la pausa prolungata proprio di Bill Callahan e la fine dell’esperienza dei Richmond Fontaine di Willy Vlautin. Una mission complicata, in cui Sandro Perri riesce (ri)proponendosi finalmente sulle scene meritevole di tutte le nostre attenzioni.

(2018, Constellation)

01 In Another Life
02 Everybody’s Paris, Pt. I
03 Everybody’s Paris, Pt. II (feat. Andre Ethier)
04 Everybody’s Paris, Pt. III (feat. Dan Bejar)

IN BREVE: 4/5