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Slipknot – .5: The Gray Chapter

5thegreychapterDecimati dalla dipartita di Joey Jordison – più un licenziamento che un allontanamento volontario – e dalla prematura scomparsa per overdose del bassista Paul Gray – il titolo dell’album è un omaggio alla sua memoria – gli Slipknot si rifanno vivi. Esaurito ormai l’effetto sorpresa sia stilistico che d’immagine, la band di Des Moines in .5: The Gray Chapter appare più alle corde di quanto non lo fosse in passato.

Per dirla senza giri di parole, se questo fosse un album minimamente ispirato, le 14 canzoni qui contenute sarebbero delle meste b-side. Il flusso metallico del gruppo è iperpompato grazie a una produzione possente ma non è sorretto da idee decorose.

Ostaggio della vena melodica di Corey Taylor, che fa dischi al limite del penoso coi suoi patetici Stone Sour, la band prova a riciclare tutto il campionario rimastole tra le mani. E’ triste il tentativo di Killpop di rievocare lo spirito di “Vermillion”, così come è da supermercato la malinconia ostentata da Goodbye.

Da contraltare fanno una valanga di brani costruiti su un’accozzaglia di riff senza mordente e ispirazione, Sarcastrophe, AOV, The Negative One sono velleitarie ostentazioni di forza che tracimano nei cliché più pacchiani della musica pesante. Il metal non è questo, non è l’assalto cazzuto di Skeptic violentato da quel ritornellino senz’anima, non è fare le linguacce ai Fear Factory nell’incipit di The Devil In I o tirare fuori qualche blast-beat à la Morbid Angel giusto per non farsi mancare nulla. Il metal non è solo tenere il volume al massimo senza imprimere la rabbia necessaria a far tremare le viscere.

Non si becca neanche un singolo degno di nota, non si chiede una nuova “Left Behind” o una “Wait & Bleed”, ma la seppur condivisibile necessità di cambiare e ammorbidire un po’ le linee vocali non sfocia mai in una canzone che induca a premere ancora play.

C’è poco di buono da trovare in un album scritto da musicisti che puntano solo a un’audience adolescente, facile esca della famigerata finta cattiveria tipica di chi il metallaro lo fa ma non lo è. Noi per sfortuna degli Slipknot siamo cresciuti e a certi barbatrucchi non abbocchiamo.

(2014, Roadrunner)

01 XIX
02 Sarcastrophe
03 AOV
04 The Devil In I
05 Killpop
06 Skeptic
07 Lech
08 Goodbye
09 Nomadic
10 The One That Kills The Least
11 Custer
12 Be Prepared For Hell
13 The Negative One
14 If Rain Is What You Want

IN BREVE: 2/5

Marco Giarratana
Starnazza dietro il microfono per la sua band stoner, gli Jussipussi, e spiccherà presto il decollo col suo progetto solista Blackwhale. Sfornella per il suo blog culinario Uomo Senza Tonno e bazzica su Il Cibicida dal 2006.