Stone Temple Pilots – S/T

Un po’ fa impressione. Fa impressione che la musica continui a scorrere nonostante tutto. Gli Stone Temple Pilots rinascono dopo anni tormentati. Scott Weiland è morto, ma già era morta anche la vecchia versione della band. Anche Chester Bennington è morto. Però quelli con lui non erano i veri Pilots, così martoriati dalle beghe legali legate all’eredità della propria ragione sociale e a una collocazione musicale che li metteva alla porta come “fuori tempo”.

Ma la musica scorre e si rimodella proprio come ogni materia liquida. E a otto anni dall’ultimo omonimo, i Pilots tornano con un nuovo disco anche questa volta omonimo: Stone Temple Pilots (è mai successo nella storia del rock?). Insieme ai fratelli De Leo ed Eric Kretz, alla difficilissima eredità vocale, ecco un nome semisconosciuto per il pubblico italiano: Jeff Gutt. Classe 1976, un passato nu metal nei Dry Cell e ben due passaggi nell’ X Factor americano. Inquietante? Forse un po’. Pensare a una delle band più controverse dell’epopea grunge rappresentate da un cantante da talent show impressiona, ma forse è solo segno dei tempi: anche quello, il segno dei tempi, inesorabile materia liquida che si ricolloca dove trova spazio.

Ma veniamo al disco: sono dodici le canzoni di questa nuova epoca STP. Dodici pezzi muscolari, levigati. Non manca qualche buona intuizione di melodia (Meadow), non mancano pezzi da volume alto (Roll Me Under), non manca il blues scarnificato (Never Enough), cifra da sempre dei fratelli De Meo e anche qualche brano più addomesticato (Thought She’d Be Mine). Il disco è piacevole, ha suoni croccanti e c’è dell’amore dietro. Gutt è bravo a essere Weiland senza esserlo e l’ascolto delle tracce scorre senza particolari complicazioni.

E allora perché rimaniamo così tiepidi? Perché non riusciamo a lasciarci andare? Perché non suoniamo le fanfare del ritorno? Ecco, perché l’epoca che viene raccontata da questo disco (con i suoi suoni, le sue eco, le fascinazioni, il senso musicale) è epoca che non esiste più. Una terra di mezzo, ormai spopolata. E, quindi, dopo l’iniziale e bella malinconia, subentra il cruccio di non essere più padroni del nostro destino e del nostro tempo.

(2018, Rhino / Atlantic)

01 Middle Of Nowhere
02 Guilty
03 Meadow
04 Just A Little Lie
05 Six Eight
06 Thought She’d Be Mine
07 Roll Me Under
08 Never Enough
09 The Art Of Letting Go
10 Finest Hour
11 Good Shoes
12 Red & Blues

IN BREVE: 2/5