Stumpwater – Motel In Saginaw

Questo tipo di operazioni non sono nuove in casa Drag City: mi riferisco al recupero di opere più o meno conosciute del passato, che vengono riportate alla luce e che possono costituire in alcuni casi autentiche rivelazioni per gli ascoltatori. Ci sono etichette che sono anche specificamente dedicate a progetti come questi, penso a Light In The Attic, e il lavoro è encomiabile. Nonostante l’era di internet, una definizione di per sé antiquata e che mi rimanda agli anni della mia giovinezza in cui non eravamo ancora tutti quanti connessi via web, la massificazione dettata anche da “accumulazioni” tipo social network, non regala molti spazi a quella che è una cultura più o meno mainstream, ma in ogni caso rivolta in maniera massiva verso trend agglomerati. Mi viene in mente una frase di Raymond Carver, nella quale lo scrittore sosteneva la necessità di dover fare una scelta tra essere uno scrittore oppure un lettore, per la semplice ragione che un lettore debba leggere tutto e questo richiede molto tempo. Francamente mi sembra un progetto ambizioso e irrealizzabile riuscire in una operazione del genere.

Per la musica vale lo stesso e quindi ti puoi attaccare a un filone, un pezzo di storia, una etichetta, un genere o comunque raccogliere le proposte che ci vengono offerte. Qui la Drag City propone questo album intitolato Motel In Saginaw e registrato nel lontano 1973. Il gruppo si chiama Stumpwater e veniva da Aurora nell’Illinois, pubblicò un singolo (“White Washed Afternoons”/“Watchers Brawl”) all’inizio degli anni Settanta e aveva questo unico LP che in maniera delittuosa non era mai stato stampato fino a oggi, oggetto di un lavoro di mastering diretto da Carl Saff.

Il disco ha sicuramente un carattere vintage, che si inserisce nel contesto della musica folk a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta e che riprende anche una sorta di concept tipico di quel periodo. Il “motel” a Saginaw, il capoluogo dell’omonima contea dello Stato del Michigan, si popola di una serie di personaggi raccontati in uno stile puramente letterario che, più che Edgar Lee Masters, fa pensare ad atmosfere tipo “Warlock” di Oakley Hall, la scrittura di cantautori contemporanei come Bill Callahan oppure Willy Vlautin, e ovviamente Bob Dylan, Pat Garrett e Billy The Kid.

Quello che colpisce, tuttavia, al di là della bellezza delle canzoni, è la grande bravura di questo gruppo anche sul piano degli arrangiamenti e la dimestichezza sia nel suonare ballad psichedeliche con sfumature West Coast (Blind DarknessRomantic Courtship Turns Into Boring Marriage Blues, Tired Man), sia dei momenti più elettrici nello stile Buffalo Springfield, i riferimenti a Dylan come in Sister Of Mine con un interessantissimo uso dei bassi, strumentali come l’arpeggio di Tommy’s Song, tropicalismi e persino forme di progressive barocco tipo “Berlin” di Lou Reed.

È un disco che definirei affascinante, caratteristico proprio come il motel che ci vuole raccontare e i suoi personaggi, che entrano ed escono come una volta si poteva entrare e uscire dal “sogno americano” che è stato e resta controverso, ma un mito che vale la pena ancora una volta esplorare.

(2019, Drag City)

01 The Hermit
02 Blind Darkness
03 Romantic Courtship Turns Into Boring Marriage Blues
04 Tired Man
05 Tommy’s Song
06 Now That He’s Passed Away
07 Tonight
08 Sister Of Mine
09 Growing Time
10 Cockrow
11 Frozen Man
12 Motel In Saginaw
13 A Thousand Voices

IN BREVE: 3,5/5