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Taylor Swift – Folklore

Ormai da un bel po’ di anni assistiamo al sempre più progressivo azzeramento della distanza tra mondi musicali formalmente parecchio diversi fra loro. Il pop da classifica, il pop intellettuale, il rock, l’indie, l’elettronica, l’house, il rap, la trap e persino le varie declinazioni metal si fondono a più riprese, mettendo insieme artisti/musicisti che nessuno avrebbe osato invitare alla stessa festa, figuriamoci rinchiuderli in uno studio di registrazione. In verità non è certo cosa nuova questa sovrapposizione di mondi, è sempre successa, ma sono nuove − o meglio, più recenti − le regole che vi danno vita. Oggi tantissime di queste collaborazioni, quasi tutte, nascono su lunghi tavoli in mogano, messe a punto da stuoli di avvocati e discografici e con gli artisti/musicisti interessati che spesso non si sono mai incrociati neanche nel backstage di un collega amico in comune. Soldi, strategie di mercato per permettere a questo o quell’altro di fare breccia in mercati o segmenti di mercato “vergini”.

Funziona questa strategia, al netto della questione artistica che inevitabilmente finisce in secondo piano. Funziona perché altrimenti Folklore, il nuovo album di Taylor Swift licenziato a sorpresa, non avrebbe ottenuto le attenzioni che sta ottenendo da addetti ai lavori solitamente schifati dalla sua stessa esistenza. Taylor Swift è, tra le popstar di fama mondiale, quella che ha avuto e ha ancora più difficoltà a fare presa in Europa e in Inghilterra in modo particolare. Chiariamo: non è che Swift non venda in Europa, ma di certo il suo nome non “spacca” come negli Stati Uniti, dov’è frequentemente leader incontrastata delle classifiche. In Europa e in Inghilterra zoppica, se non nei numeri quantomeno nella percezione che di lei ha il vecchio continente. Il cavallo di Troia in questo caso risponde al nome di Aaron Dessner, che con i suoi The National ha scritto alcune delle pagine più significative dell’indie del nuovo millennio, confermando le sue innumerevoli skill anche nelle vesti di produttore.

“Folklore”, messo in piedi da Taylor Swift durante il forzato isolamento dei mesi scorsi, ha “subito” la “cura Dessner” e ne ha inevitabilmente giovato, forgiato com’è in suoni minimali e ovattati che Swift aveva già dimostrato di apprezzare ma di non saper (o voler) ricreare a dovere. Il titolo gioca chiaramente sull’equivoco, perché di folk in questo disco non c’è nulla, se non forse l’ambientazione bucolica degli scatti usati per l’artwork, ma ha una vena riflessiva che parte da spunti diversi da quelli canonici della Swift, da sempre piuttosto legata all’immaginario adolescenziale. Parla di se stessa raccontando storie terze e lo fa bene, coinvolta e coinvolgente, confermando di essere ampiamente in grado di scrivere i suoi brani, al contrario di altre colleghe d’alta classifica che preferiscono lasciare la penna in mano ad altri.

Insieme a Dessner, al suo fianco s’è assecondato anche Jack Antonoff, artefice tra le altre cose degli ultimi lavori di Lana Del Rey, un’altra che ha fondato la sua fortuna sulle tonalità che anche Swift qui ha richiesto e sul suo stare a cavallo tra quei mondi di cui sopra. Cardigan, in questo senso, è un manifesto bello e buono e ha una malinconia di fondo che spicca sul resto. Per il resto, chitarre acustiche appena pizzicate (Seven), armonica country (Betty), flebili suoni sintetici (This Is Me Trying) e un delicato pianoforte à gogo (Mad Woman, Hoax) sono l’impalcatura su cui poggia il disco, un’impalcatura resa solida da chi c’ha lavorato e innegabilmente godibile, sebbene non sconvolgente. Nel complesso Swift appare più matura, e questo è un bene.

Se Dessner è stato qui usato come cavallo di Troia, al suo interno stavolta c’era un solo guerriero: Justin Vernon. Suo compagno nel progetto Big Red Machine, Vernon a capo dei Bon Iver ha letteralmente cambiato il volto della musica degli anni ’10, piaccia o meno, riscrivendo stili e aggiornando parametri. Il suo apporto in Exile si sente, sebbene la sua voce non venga come al solito effettata da quel vocoder che lo rende ormai riconoscibilissimo, ma non incide come avrebbe potuto e dovuto, finendo per essere la vera delusione − sempre in relazione alle aspettative − dell’intero album. I dischi brutti sono decisamente altri, bisogna ammetterlo anche se la popstar s’è permessa di molestare i paladini dell’indie. Ma pure quelli molto belli non somigliano troppo a “Folklore”.

(2020, Republic)

01 The 1
02 Cardigan
03 The Last Great American Dynasty
04 Exile (feat. Bon Iver)
05 My Tears Ricochet
06 Mirrorball
07 Seven
08 August
09 This Is Me Trying
10 Illicit Affairs
11 Invisible String
12 Mad Woman
13 Epiphany
14 Betty
15 Peace
16 Hoax

IN BREVE: 3/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.