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The Dream Syndicate – The Universe Inside

Dal loro ritorno ufficiale con “How Did I Find Myself Here?” (2017) i Dream Syndicate, gruppo simbolo di ciò che fu il Paisley Underground, sono riusciti ad affermarsi nuovamente nel panorama musicale, compiendo dei passi avanti e uscendo dagli schemi abituali, alla ricerca di nuovi stimoli. L’idea di The Universe Inside nasce grazie a una visita inaspettata di Stephen McCarthy dei Long Ryders, mentre la band stava ancora registrando “These Times” (2019). Steve Wynn propose all’amico una jam session in studio: finirono così per registrare ottanta minuti di improvvisazione senza alcuna pausa e, riascoltando in seguito tale materiale extra, Wynn si rese conto che vi era tutto il necessario per un altro disco.

A detta dello stesso, il metodo utilizzato per assemblare le parti estrapolate dalla registrazione sarebbe simile a quello che utilizzò il produttore Teo Macero per “Bitches Brew” (1970), il capolavoro di Miles Davis. Tra le principali influenze che hanno portato alla realizzazione di questo lavoro si riconoscono gruppi appartenenti alla scena di Canterbury, in particolare Soft Machine e Camel, band d’avanguardia come Talking Heads e Roxy Music, ma anche riferimenti a personalità come David Bowie, alla fusion di Miles Davis, spingendosi fino all’afrobeat di Fela Kuti.

L’apertura è affidata alla monumentale The Regulator, un viaggio caleidoscopico quasi solo strumentale di oltre venti minuti, attraverso le atmosfere di una colonna sonora anni Settanta che mescola jazz elettrico e psych rock: il ritmo incessante delle percussioni e l’incalzante bassline dominano l’intero brano che vede susseguirsi pochi cori echeggianti, riff distorti e un sitar elettrico sullo sfondo e, a un terzo del brano, l’entrata in scena del terzo protagonista, un sax. Una libera improvvisazione in grado di trasportare chi ascolta in una dimensione onirica che man mano prende forma, diviene sempre più organica e nitida fino a disgregarsi bruscamente nel finale.

The Longing, traccia di minor durata del disco (si fa per dire), concretizza le premesse dell’opener e tratta il tema del desiderio e del confine tra sogno e realtà: il video musicale è un vero e proprio trip e mostra varie scene, ponendo in particolare l’accento su una trottola che rotea (chi ha visto il film “Inception” capirà immediatamente il riferimento… chi non lo ha visto approfitti del tempo a disposizione e lo recuperi). La suite prosegue con il climax trasognato di Apropos Of Nothing e la più frenetica e strumentale Dusting Off The Rust, nella quale la parola è lasciata a tromba, sassofono e armonica.

Gli ultimi dieci minuti della minimale The Slowest Rendition, il cui testo criptico narra del caos generato dalla difficoltà nel riuscire a distinguere la dimensione reale da quella onirica, poiché pezzi dell’una e dell’altra si mescolano continuamente, riprendono le sonorità psych e vertono principalmente sulla voce di Wynn e il suono del sax che sembrano quasi dialogare tra loro.

“The Universe Inside” è il miglior lavoro della terza era dei Dream Syndicate e ne riconferma la capacità di trasformazione e di ricerca che ben poche band possiedono e che, dopo tutti questi anni, gli consente di avere ancora molto da dare in un simile ambito.

(2020, Anti-)

01 The Regulator
02 The Longing
03 Apropos Of Nothing
04 Dusting Off The Rust
05 The Slowest Rendition

IN BREVE: 4,5/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, scrittura e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida, Indiementia e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.