The Horrors – V

Come il rapper Ensi, i The Horrors sono giunti a Settembre 2017 alla pubblicazione del loro quinto lavoro discografico, battezzato anche da loro col breve ed efficace numero romano V. Questa stupida e distratta correlazione, la prima cosa che m’è saltata in mente alla vista del titolo, tradisce una mia grande colpa: non posso mentire sul fatto che non sono stato molto attento ai lavori rilasciati nell’ultima decade dalla band britannica.

L’ultimo vivido ricordo che conservo risale all’epoca di MTV e di programmi come TRL, quando comparve come un fulmine a ciel sereno sullo schermo del mio televisore She Is The New Thing, con un video à la Tim Burton che rispecchiava appieno il nome del gruppo e un sound d’altri tempi, quasi retrò, così distante dalla marmaglia new rave imperante di Klaxons, Late Of The Pier e compagnia bella. Quel brano, insieme a “Sheena Is A Parasite”, era il singolo di “Strange House”, album di debutto uscito, manco a farlo apposta, esattamente dieci anni fa nella primavera del 2007.

Non puoi distrarti neanche per dieci annetti che scopri, andando a ritroso nella discografia dei The Horrors, una band dal suono in continua evoluzione che probabilmente trova il suo culmine di maturità proprio in “V”. La mia beata ignoranza sicuramente fa accrescere ancora di più il giudizio stupefatto e positivo nei confronti di quest’ultima opera. Dall’horror punk e il grezzo garage rock degli esordi, la band del cantante Faris Badwan in “V” fa un tuffo in un’elettronica cupa e dilatata, a tratti psichedelica, a tratti vaporwave (in Hologram), genere che oltretutto sembra essere evocato fin dalla copertina, sulla quale figurano busti e ideogrammi giapponesi. “Dilatata” perché non sembra che i The Horrors stiano a guardare il capello sulla durata dei brani in ottica, chessò, d’un futuro airplay radiofonico, dal momento che i pezzi di media durano più di cinque minuti.

Press Enter To Exit, seconda traccia e pezzo migliore dell’album, potrebbe per esempio durare due minuti di meno ed evitare quegli ingombranti sali e scendi verso la fine del brano, e lo stesso vale per l’infinita Something To Remember Me By che chiude il disco. A parte questo, tutto l’album è costellato da grandi pezzi, o quantomeno da grandi momenti sonori, come Ghost, che dopo una suspense di tre minuti (sempre per la serie “prendersela comoda”) spara con una fionda una cascata di sintetizzatori colorati che fanno letteralmente volare l’ascoltatore, nel senso più positivo e meno rovazziano del verbo.

Synthpop e post punk in stile anni ’80 (i soliti Depeche Mode e Cure) possono sembrare le classiche definizioni vuote che compaiono in una recensione su due, ma qui più che mai sono termini necessari per esprimere il mood del disco, un GRAN disco che sposta i The Horrors dall’insieme “gruppetti anni 2000 che si ostinano a pubblicare dischi” al piano dei grandi gruppi rock della scena mondiale.

(2017, Wolf Tone)

01 Hologram
02 Press Enter To Exit
03 Machine
04 Ghost
05 Point Of No Reply
06 Weighed Down
07 Gathering
08 World Below
09 It’s A Good Life
10 Something To Remember Me By

IN BREVE: 3,5/5

A proposito dell'autore

Stefano D. Ottavio

Bassista nei SICA, studente di Lingue e Letterature Straniere a Torino, mette per iscritto le sue opinioni sulla musica così da evitare di rompere le palle degli amici a voce.

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