The Professionals – What In The World

Nella tanto breve quanto devastante parabola dei Sex Pistols si è parlato sempre poco del chitarrista Steve Jones e del batterista Paul Cook, che – con la band in avanzato stato di decomposizione – composero alcuni pezzi memorabili come “Lonely Boy” e “Silly Thing”, valorizzati a dovere nel film “The Great Rock’n’Roll Swindle”, la cui colonna sonora può essere considerata a tutti gli effetti il secondo lavoro in studio dei Pistols.

I due non si fermarono lì, poiché – archiviata l’esperienza con Rotten e compagnia – fondarono i Professionals, band dalla breve vita ma dalla prolifica attività: un paio d’album con eccellenti momenti (ascoltare canzoni come “The Magnificient” o “Northern Slide” per credere) e il conseguente posizionamento tra le band punk più melodiche dell’epoca (Buzzcocks e Undertones). Proprio con i nordirlandesi Undertones le similitudini sono parecchie: a distanza di decenni entrambe le band sono infatti tornate con un nuovo cantante, prima con la ritrovata attività live, poi con nuovi lavori in studio.

Le somiglianze però finiscono qui, perché se gli Undertones hanno mantenuto nei nuovi album uno standard qualitativo tutto sommato in linea con il loro glorioso passato, lo stesso non si può dire purtoppo dei Professionals, tornati a pubblicare un nuovo lavoro in studio dopo trentasei anni. Il nuovo What In The World, duole dirlo, non ha proprio niente in comune con i vecchi album. A parziale attenuante c’è la pesantissima assenza di Steve Jones che ha benedetto il progetto a distanza, essendosi stabilito da tempo in California. Paul Cook e gli altri vecchi membri della band hanno rimpiazzato Jones con il valido Tom Spencer, ma è alla voce songwriting che si vedono i problemi: la brillantezza pop dei tempi andati fa spazio a un punk infantile e innocuo, ben rappresentato dal singolo Good Man Down o da altri episodi più che trascurabili come New Generation e Rewind.

C’è qualche canzone che ricorda i vecchi Professionals (la martellante Extremadura o l’interessante Take Me Now, miglior pezzo del disco), ma si tratta comunque di brani che in un vecchio lavoro della band avrebbero rappresentato solo un riempitivo. Troppo poco per un disco che nonostante le selezionate collaborazioni (Steve Duffy, Marco Pirroni, lo stesso Jones) non riesce a emergere. Non ce la sentiamo però di bocciare del tutto la gran voglia di rimettersi in gioco di Paul Cook e soci: li aspettiamo al varco con nuovo materiale e se suoneranno in Italia andremo a vederli volentieri.

(2017, Automaton)

01 Good Man Down
02 Let Go
03 Going Going Gone
04 Extremadura
05 Rewind
06 Hats Off
07 New Generation
08 Take Me Now
09 Bad Baby
10 Monkeys

IN BREVE: 2/5

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