These New Puritans – Inside The Rose

Quando i These New Puritans debuttarono con “Beat Pyramid”, nel 2008, i gemelli Jack e George Barnett erano ancora dei giovani sperimentatori che provavano a farsi spazio in un’Inghilterra già abbondantemente colonizzata da costanti sfide soniche. Da lì in poi, dopo ogni uscita discografica, la band inglese perdeva un componente originario: la prima a uscire fu Sophie Sleigh-Johnson, subito dopo la pubblicazione e nel 2013, concluso “Field Of Reeds”, fu il turno del bassista Tomas Hein. Non era facile fare un pronostico in quegli anni ma i These New Puritans avrebbero rivelato, nonostante i tempi relativamente brevi tra i primi tre album, un’innata capacità a reinventarsi che gli avrebbe poi permesso di restare a galla, con una buona dose di credibilità, in un oceano zeppo di squali. Ad ogni modo, la gestione familiare del gruppo, rimasta saldamente in mano ai soli gemelli Barnett, si è rivelata quanto mai brillante e feconda.

Di Inside The Rose, quarto lavoro in studio della band inglese, sono due i parallelismi emersi con maggiore facilità: l’assonanza con la tradizione berlinese che circonda gli Hansa Studios e la vicinanza a quel crossover prog difficilmente classificabile che rendeva i Talk Talk così oscuri e sfuggenti. Le sessioni di registrazioni dell’album, iniziate nell’Essex nel 2015, sono state infatti completate a Berlino, all’interno di un ex studio televisivo sovietico, nella periferia industriale della città. Sono palpabili e sin troppo immediati i rimandi al calore vocale tipico di Dave Gahan e gli echi prog, anche se appena pronunciati, che tentano di colmare la desolazione lasciata dalla morte di Mark Hollis.

E se è pur vero che anche i Depeche Mode si sono mossi dall’Essex a Berlino e Gareth Jones che ha prodotto “Beat Pyramid” ha realizzato un discreto numero di album con Gahan e soci, c’è una costante teutonica ancora più marcata, anche se latente, rispetto a quanto emerso fin’ora. Per scorgere la sinfonia orchestrale di “Inside The Rose” esercitarsi a rintracciare il flicorno soprano, corno francese, trombone, tromba, viola, tuba, violini, sparsi su ogni singolo pezzo del disco a creare una suite a metà tra il prog, il pop, la lirica, il jazz, la dark wave con quel tocco cinematico già sperimentato in precedenza con “Field Of Reeds”.

I These New Puritans, direttori di questa gigantesca ensamble (tedesca nel nostro immaginario e nei rimandi) imbastiscono nove tracce destinate ad aprirsi man mano, come fossero scatole cinesi contornate da una texture oscura e vellutate al tatto. Un vortice in costante cambiamento che spinge ogni pezzo verso il successivo, da Infinity Vibraphones ad Anti-Gravity, in cui un canone di sei minuti di soli vibrafoni e linee melodiche si alternano a battiti discordanti, o da Beyond Black Suns a Inside The Rose in cui elettronica e lirica sfidano le trame scivolose della title track, o ancora il passaggio di testimone da Where The Trees Are On Fire a Into The Fire, in cui appare come fosse una strana allucinazione audio uno dei temi di “An der schönen blauen Donau, Op. 314” di Strauss II, o l’avvolgente desolazione e il perfetto equilibrio di A-R-P fino ad arrivare all’ascesa, l’ultimo atto, Six.

Classicismi, synth, elettronica, ottoni, archi e liriche deliberatamente vaghe sono state per i These New Puritans le chiavi di accesso all’elaborazione di una bellezza distopica, capace di mantenere costante l’attenzione durante tutto l’album. “Voglio andare oltre me stesso e il mio tempo” – ha dischiarato Jack Barnett – “questa è l’arte che mi piace. Che si tratti di Francis Bacon o William Blake. Fallisci, inevitabilmente, ma questa è la sfida”.Ci dispiace per lui, ma il tempo per fallire non è ancora arrivato.

(2019, Infectious / BMG)

01 Infinity Vibraphones
02 Anti–Gravity
03 Beyond Black Suns
04 Inside The Rose
05 Where The Trees Are On Fire
06 Into The Fire
07 Lost Angel
08 A–R–P
09 Six

IN BREVE: 4/5