Tom Morello – The Atlas Underground

Immaginatevi Tom Morello come un concorrente di Masterchef: supera brillantemente le selezioni col suo piatto forte (Rage Against The Machine), candidandosi alla vittoria finale; si disimpegna con mestiere alla prima vera prova (Audioslave); precipita in graduatoria appena gli si chiede di inventarsi una nuova ricetta (Prophets Of Rage); viene definitivamente eliminato al “pressure test”, quando lo piazzano davanti a venti ingredienti diversi da mettere insieme per farne qualcosa di senso compiuto.

Il “pressure test” in questione era questo suo esordio a proprio nome (senza contare gli album incisi come The Nightwatchman), mentre i venti ingredienti sono, oltre allo stesso Morello, i ben diciannove featuring chiamati in causa per The Atlas Underground. Come avrete intuito, non siamo rimasti granché colpiti (in positivo, s’intende) dal disco, perché il pasticcio combinato da Morello fa emergere dalle acque un iceberg la cui punta era visibilissima già da un bel po’ di tempo: il buon Tom non sa più dove andare a sbattere la testa. Ma se l’assenza di idee era stata moderatamente aggirata con gli Audioslave e confermata senza infamia con i Prophets Of Rage, qui raggiungiamo livelli che mai ci saremmo aspettati da un chitarrista che, piaccia o meno, ha segnato un pezzetto significativo di storia del suo strumento.

Se i momenti EDM e dubstep lasciano il tempo che trovano, non tanto per l’apporto degli ospiti (vedi Steve Aoki che fa di How Long una discreta mina) quanto per il loro rimanere sempre in bilico in una situazione da “vorrei ma non posso”, sono i passaggi più marcatamente pop a disturbare: è il caso di Every Step That I Take, in cui l’accostamento ai Portugal. The Man trasforma Morello nei The Chainsmokers, oppure Find Another Way che dà parola a Marcus Mumford ed era meglio tacessero un po’ tutti quelli che c’hanno messo le mani.

E il rap? Ce n’è, ma è poco quello davvero a fuoco: Killer Mike (metà Run The Jewels) si fa valere in Rabbit’s Revenge, così come GZA ed RZA del Wu-Tang Clan svolgono il compitino nella conclusiva Lead Poisoning, mentre Vic Mensa – uno che ultimamente ha piazzato qualche bel colpo – si perde un po’ nel piattume di We Don’t Need You. La vera sorpresa è invece Leikeli47, che in Roadrunner ci mette rabbia a sufficienza per sé, Morello e tutti gli altri che hanno timbrato il cartellino nel disco.

L’unico aspetto davvero positivo è il tentativo dell’ex chitarra dei Rage Against The Machine di provare a sviare un tantino la sua formula ormai trita e ritrita (ma in Lucky One non resiste e ritorna sui suoi passi), ma la ricerca di soluzioni forzatamente sorprendenti ha finito per spingerlo in un abisso di insensatezza da cui, in questo caso, è davvero complicato provare a risalire. Troppa la carne sul fuoco, cotta male e servita peggio: Morello, togliti il grembiule e lascia la cucina di Masterchef.

(2018, Mom + Pop)

01 Battle Sirens (feat. Knife Party)
02 Rabbit’s Revenge (feat. Bassnectar, Big Boi & Killer Mike)
03 Every Step That I Take (feat. Portugal. The Man & Whethan)
04 We Don’t Need You (feat. Vic Mensa)
05 Find Another Way (feat. Marcus Mumford)
06 How Long (feat. Steve Aoki & Tim McIlrath)
07 Lucky One (feat. K.Flay)
08 One Nation (feat. Pretty Lights)
09 Vigilante Nocturno (feat. Carl Restivo)
10 Where It’s At Ain’t What It Is (feat. Gary Clark Jr. & Nico Stadi)
11 Roadrunner (feat. Leikeli47)
12 Lead Poisoning (feat. GZA, RZA & Herobust)

IN BREVE: 1,5/5