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Tomahawk – Oddfellows

Oh, quel fringuellino cinguettante di Mike Patton. Mezzo genio e mezzo impostore, il buon Micheluccio è il fulcro attorno cui ruota ogni avventura sonora che lo vede coinvolto. Il suo nome ha il potere di oscurare tutto il resto e di restringere il dibattito all’analisi logica dei suoi vocalizzi o grugniti o sospiri che siano. Anche con i Tomahawk di “Anonymous” fu così, tutti a tirar la merda su di lui dimenticando che nella brigata ci stavano anche altri 3 valvassori non da poco. 6 anni dopo quell’album che era più uno scherzo che altro, cosa vorranno darci i Tomahawk con Oddfellows? Di certo tanto mestiere e parecchia maniera.

Accolto tra i ranghi Trevor Dunn al basso, uno che con Patton ci aveva trafficato ai tempi dei Mr. Bungle, i quattro continuano a smanettare su una sbilenca forma di art-rock a tratti involuto e per certi versi essenziale e che sbeffeggia le consuete strutture della forma-canzone. La raffinatezza di “Mit Gas” è qui latitante, “Oddfellows” si ricollega però all’esordio per l’aria insalubre e il crogiolo stilistico e per gli esperimenti oscuri disseminati qua e là. Stone Letter ha anticipato di un mese l’intero disco e, di primo acchito, mi aveva disgustato, salvo poi farsi amare per il suo appeal easy listening per niente sputtanato.

C’è invero di peggio in “Oddfellows”, si veda A Thousand Eyes che ha l’aspetto di un’idea incompiuta e male elaborata e anche il caos insensato di The Quiet Few non va da nessuna parte. Di certo si aggregano entrambe alla schiera di esseri sonori deformi del gregge pattoniano. Le cose vanno meglio con lo swing maligno di Rise Up Dirty Waters e con lo psycho-billy whitezombieano di Typhoon, con il punk’n’roll di South Paw e il mid-tempo claustrofobico della title-track. Parecchio eterogeneo, “Oddfellows” si mantiene vivo per buona parte della sua durata, anche se le trovate che dovrebbero apparire sorprendenti rientrano nell’ordinaria amministrazione stilistica del gruppo.

Questa è gente che non ha più nulla da dimostrare e che, senza essere benedetta dal sacro spirito dell’ispirazione (il riffing di Duane Denison è parecchio sottotono) riesce comunque a cavare un album sufficiente. Quel che è certo è che il tempo dei Tomahawk è passato e la follia e le convulsioni di Patton paiono più una posa o un trademark fin troppo scontato e ben architettato, per niente in grado di fungere come unico movente artistico dell’opera. Ma se vi basta anche solo questo, non rimarrete a bocca asciutta.

(2013, Ipecac)

01 Oddfellows
02 Stone Letter
03 I.O.U.
04 White Hats / Black Hats
05 A Thousand Eyes
06 Rise Up Dirty Waters
07 The Quiet Few
08 I Can Almost See Them
09 South Paw
10 Choke Neck
11 Waratorium
12 Baby Let’s Play_______
13 Typhoon

Marco Giarratana
Starnazza dietro il microfono per la sua band stoner, gli Jussipussi, e spiccherà presto il decollo col suo progetto solista Blackwhale. Sfornella per il suo blog culinario Uomo Senza Tonno e bazzica su Il Cibicida dal 2006.