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Touché Amoré – Lament

Non è certamente un caso che Lament veda la luce a Ottobre, mese della prevenzione del cancro al seno: la perdita della madre di Jeremy Bolm, frontman dei Touché Amoré, avvenuta per tale circostanza, era stato l’argomento cardine del precedente “Stage Four” (2016). Oltre alla presenza di Ross Robinson (At The Drive-In, Korn, Slipknot, Glassjaw) alla produzione, vi è un’innovazione a livello di sonorità, che alternano abilmente post hardcore, screamo e punk melodico, uscendo in alcuni casi dai sentieri consueti della band e aggiungendo sfumature emo e indie rock.

La sezione inerente al songwriting è il vero fiore all’occhiello: i testi permeati di dolore ripercorrono parte del passato affrontato da Bolm, con riferimenti sociali e politici oltre che personali, attuando il difficile tentativo di andare avanti e convivere con tutto ciò. È un’altalena continua tra amarezza e speranza, caratterizzata dalla classica luce lontana in fondo al tunnel.

L’amore salvifico dell’esplosiva e drammatica Come Heroine ha come contraltare il pesante fardello di cui è costretta a farsi carico la dolce metà del protagonista, che come un’eroina che espugna un fortino deve abbattere le sue resistenze e affiancarlo nei momenti bui. Prosegue sugli stessi binari sonori che pongono la matrice post-hc in primo piano la title track Lament, il cui tema è la vulnerabilità e la percezione del peso del mondo sulle proprie spalle, argomento che evolve nella seguente Feign nel tentare di abbozzare, commettendo anche degli sbagli. Vi sono poi due tracce di punta: la riflessiva e veloce Reminders che sconfina nell’indie rock, richiamando un’altra band avvezza a incorporare tali generi, i PUP, e la successiva e più profonda Limelight, eseguita insieme ai Manchester Orchestra di Andy Hull, caratterizzata da dettagli emo.

Cita “Round Here” dei Counting Crows come una canzone quasi perfetta, la più breve e rabbiosa Exit Row, che si colloca a metà del percorso e funge da intro diretto per la dinamica Savoring. Smorza inaspettatamente i toni la ballata A Broadcast, per poi recuperare gradualmente e lasciare il posto alle ritmiche di I’ll Be Your Host. Quest’ultima cita il fiocco rosa, oggi simbolo di lotta contro ogni forma di cancro, e quello nero, simbolo di lutto nazionale. Chiudono il disco Deflector, “brano di prova”, il primo a essere stato prodotto insieme a Robinson, e il piano leggero dell’intro di A Forecast, la quale con l’ultimo grido “I’m still out in the rain!” e poche rullate di batteria lascia intendere, dopo aver fatto il punto della situazione, che nonostante ora Jeremy possa usufruire di un piccolo riparo, la strada da percorrere per superare la tempesta sia ancora lunga.

Bolm ha riassunto così il messaggio di “Lament”: “That time doesn’t heal. That love can nurture. That it’s okay to not be okay”. Un album che mostra la maturità del gruppo, introducendo delle piccole novità in materia di sound, senza perdere la propria identità, e soprattutto si pone un obiettivo generale: sensibilizzare. A riprova di ciò, basti pensare a un esercizio proposto da Ross a Jeremy, che consisteva nel leggere i testi ai compagni per far comprendere loro l’importanza di ciò che sentiva. Possiamo dirlo: c’è riuscito al 100%.

(2020, Epitaph)

01 Come Heroine
02 Lament
03 Feign
04 Reminders
05 Limelight
06 Exit Row
07 Savoring
08 A Broadcast
09 I’ll Be Your Host
10 Deflector
11 A Forecast

IN BREVE: 4,5/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, scrittura e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida, Indiementia e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.