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TOY – Happy In The Hollow

Grazie al loro omonimo esordio sulla lunga distanza, nel 2012 gli inglesi TOY si erano rivelati una delle più interessanti riproposizioni di quel pastone fatto di shoegaze, psichedelia, dream pop e kraut che ancora oggi sembra vivere una seconda giovinezza nelle sue molteplici e variegate declinazioni.

Come troppo spesso accade fra le nuove leve, però, a quel debutto hanno fatto seguito lavori (due nel caso specifico, “Join The Dots” del 2013 e “Clear Shot” del 2016) meno convincenti e coinvolgenti, meno istintivi e a tratti persino troppo persi in sperimentalismi fini a se stessi. Happy In The Hollow è il quarto capitolo della saga di Tom Dougall e soci, un album che per la prima volta nella discografia degli inglesi mette pressoché completamente da parte i chitarrismi dello shoegaze, lasciando parlare piuttosto le atmosfere.

Basterebbero Last Warmth Of The Daye, soprattutto, The Willo a testimoniare questa più recente dimensione melodica dei TOY. Sulla stessa linea viaggiano i synth morbidi di Mechanism e l’acustica di You Make Me Forget Myself, con la sezione ritmica che non è mai pressante per l’intera durata dell’album, il più palpabile segno di discontinuità rispetto al passato della band. La sola Energy rispolvera in questo senso intuizioni kraut, ma è solo una reminiscenza di qualcosa che oggi sembra davvero lontano dai TOY.

Lungi dall’aver eguagliato il loro primo album del 2012 (manca nuovamente quell’istinto che lì faceva la differenza), “Happy In The Hollow” ha però il merito di operare alcune fondamentali variazioni sul tema dei TOY, specie dal punto di vista strumentale e degli arrangiamenti, rilanciandone le quotazioni che ultimamente avevano subito un po’ un ribasso.

(2019, Tough Love)

01 Sequence One
02 Mistake A Stranger
03 Energy
04 Last Warmth Of The Day
05 The Willo
06 Jolt Awake
07 Mechanism
08 Strangulation Day
09 You Make Me Forget Myself
10 Charlie’s House
11 Move Through The Dark

IN BREVE: 3/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.