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Uniform – Shame

Dopo due lavori clamorosi come “Perfect World” (2015) e “Wake In Fright” (2017), che hanno contribuito a riaffermare una nuova e sintetica ondata industriale, i newyorkesi Uniform nel 2018 hanno un tantino allentato la presa con “The Long Walk”. Un disco, quello, che rimanendo pur sempre ansiogeno, scuro e malato come poca altra roba in circolazione, ha segnato un rallentamento nella rincorsa alla velocità della luce condotta dal progetto. Tradito da eccessi che, anziché estremizzare ulteriormente la loro proposta, hanno ficcato gli Uniform in un preoccupante imbuto di ripetitività.

Shame, il quarto album del duo diventato da qualche tempo un trio (a Ben Greenberg e Michael Berdan s’è unito adesso anche Mike Sharp), riporta gli Uniform lì dove speravamo potessero dettare legge, in quel gorgo mefistofelico fatto di rasoiate post punk e sferragliamenti industriali, di male sputato col sangue e harsh noise delle tenebre. La vergogna del titolo è quella di un’intera umanità e, più nel dettaglio, di una New York simbolo della decadenza dell’Occidente, con vicoli bui e violenza a ogni angolo che, poco a poco, hanno soppiantato quasi del tutto i lustrini, i negozi alla moda, le foglie secche di Central Park e tutto quell’immaginario che ne ha fatto il simbolo di ciò che siamo (diventati).

I ritmi dilatati della title track e di This Won’t End Well (titolo a dir poco rappresentativo), che si stagliano con nonchalance in territori a cavallo tra Melvins e Ministry, in questo senso sono emblematici di ciò che gli Uniform intendono esprimere con “Shame”. Così come lo sono per contrapposizione i due minuti scarsi di Dispatches From The Gutter, un harsh dalla tinte splatter che spezza le ossa e il fiato senza neanche chiedere un perdono di facciata.

Non c’è tregua nella mezz’ora abbondante di “Shame”, perché non ne hanno e non ne vedono gli Uniform nella loro vita di ogni giorno, non ne ha la loro città e men che meno il resto del mondo. Greenberg e Berdan hanno sempre flirtato pericolosamente con il metal, violentato con sadismo l’elettronica e messo in piedi inquietanti giochi sadomaso col noise e l’hardcore, ma in “Shame” l’incastro fra tutti questi elementi gli è riuscito in maniera definitiva, surclassando il non troppo convincente “The Long Walk” e rilanciandoli a pieno titolo nel gotha del rumore a stelle e strisce.

(2020, Sacred Bones)

01 Delco
02 The Shadow Of God’s Hand
03 Life In Remission
04 Shame
05 All We’ve Ever Wanted
06 Dispatches From The Gutter
07 This Won’t End Well
08 I Am The Cancer

IN BREVE: 3,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.