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Deftones: 20 anni di White Pony

C’è un motivo semplice, chiaro, lampante e per certi aspetti tristissimo che ha fatto sì che i Deftones non abbiano reso commercialmente come avrebbero meritato − e come meritano tuttora. Quel motivo è che, a cavallo tra i due millenni, quello che si stava sviluppando e rafforzando sotto l’etichetta “nu metal” era un genere pacchiano, tanto dal punto di vista sonoro quanto estetico, un genere fatto da e per macchiette che credevano che mettere insieme l’alternative e il rap potesse essere semplice come prepararsi un gin tonic. Ovviamente non era così, e band come Limp Bizkit e Papa Roach − giusto per tirare in ballo due tra i nomi più in vista di quel calderone − sono (ancora) qui a testimoniarlo. E i Deftones non erano affatto quel tipo di band.

Chino Moreno e i suoi, che sotto quell’etichetta ci rientrarono loro malgrado, si erano ritrovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sì, avevano i chitarroni, i riff che t’ammazzano, Chino non lesinava affatto d’inserire nelle sue linee vocali parti rappate, ma gli input dei Deftones venivano da più lontano, da bugigattoli ben più umidi della loro assolata California. Con “Around The Fur” (1997) avevano colto nel segno, ma ciò che girava loro intorno spingeva in una direzione che la band di Sacramento non aveva intenzione di seguire. Ci vogliono tre anni prima che White Pony sia finalmente pronto a finire sul mercato e l’attesa, tanto della critica quanto della loro casa discografica, è altissima, perché anche un sordo si sarebbe reso conto di come quei cinque ragazzi fossero una spanna sopra le band loro concorrenti.

La Maverick, che li aveva visti crescere tra le proprie mani, non s’aspettava certo un disco scuro come quello che si ritrovò a firmare, un disco in cui il respiro è pesante (Digital Bath), con puntate decisamente eighties (Teenager), un disco in cui la durezza dei primi due album della band si attenua e si dilata, persino quando sono le sfumature metal a farla da padrone (Elite, Korea). E non è infatti un caso che i momenti (più) memorabili di “White Pony” siano pezzi come il singolo Change (In The House Of Flies), come Passenger (col mastodontico duetto tra Moreno e l’amico Maynard James Keenan dei Tool) e come Knife Prty, che definire ballate è forse troppo ma che di certo hanno poco a che vedere col crossover di cui i Deftones erano stati fino a quel momento campioni.

Per accontentare la Maverick, affamata di singoli e videoclip nu metal da dare in pasto alle tv musicali, i Deftones prendono le eteree deflagrazioni dei sette minuti e passa della conclusiva Pink Maggit e ben dopo l’uscita del disco ne tirano fuori Back To School (Mini Maggit), singolo facilone realizzato ad hoc per far cessare le pretese dell’etichetta, messo in piedi in poche ore − come svelerà la stessa band anni dopo − e nonostante ciò esponenzialmente migliore della sbobba nu metal del periodo. Il singolo verrà inserito nella ristampa di “White Pony” e il cerchio si chiude così, con i Deftones che se ne fregano di compiacere quanti s’aspettavano altro e fanno una coraggiosa e stupenda inversione a U, con la loro casa discografica che non capisce appieno ciò che aveva appena licenziato e con il grande pubblico che non li premia come sarebbe stato giusto fare.

DATA D’USCITA: 20 Giugno 2000
ETICHETTA: Maverick

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