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Michael Stipe compie 60 anni: la sua lunga strada verso l’oceano

“Non siate impazienti”. Sorriso leggermente arricciato e occhi dolci ma decisi. Michael Stipe lo ha detto a noi de Il Cibicida, ormai tre mesi fa, parlando del suo primo disco da solista. E noi stiamo provando a rispettare la sua volontà con non poca fatica. Intanto però oggi esce Drive To The Ocean, il secondo singolo, e arrivano i suoi sessant’anni. Sessanta, una cifra da saggi. Mike la raggiunge dopo un viaggio entusiasmante nella musica e nell’arte. E soprattutto dopo tappe dolorose ed essenziali. Perché ne aveva venti quando, con uno spazzolino e qualche libro, si rinchiude in una vecchia chiesa sconsacrata lungo O’Connee Street ad Athens. Con lui altri tre ragazzi irrequieti: Buck, Berry, Mills. Uno che vendeva dischi, uno con un terribile monociglio, un altro col caschetto ruggine. Erano stufi gli R.E.M.. Stufi di girare per la Georgia e “vedere solo centri commerciali”. Quando Stipe parla di quel periodo è sempre molto netto: “A destra e sinistra solo un grande deserto culturale”. È per questo che gli R.E.M. scelgono un nome così onirico (sognare fa superare ogni limite), ed è per questo che occupano la chiesa di O’Connee Street. Lì Michael ci scrive Radio Free Europe (1981).

“Beside yourself if radio’s gonna stay
Reason: it could polish up the grey”

Una radio che “ravvivi il grigiore” canta il giovane Stipe. E quando lo fa smuove lunghi boccoli biondi e un collo scattoso. In quei primi anni ’80, mentre il mondo si prepara a un decennio di canzoni romantiche (o quantomeno passionali), gli R.E.M., in piena guerra fredda, ricordano l’emittente che portava musica e informazioni oltre la cortina di ferro. La canzone è pastosa, scura, boccone amaro. “Scrivilo sul tuo muro che questa non è certo una nazione” – Mike reitera il suo “put that” tre volte, come quando si scuote una bomboletta spray prima dell’uso. Berlino è (ancora) divisa.

Un passo avanti, un’altra tappa. Che un mandolino potesse aprire una canzone degli R.E.M. nessuno all’inizio se lo sarebbe mai aspettato. Che quella band così cupa potesse aprirsi a certe luci (seppur oblique) è sorpresa per tutti. Ma la luce ha dei riverberi temibili e, quando Michael spegne trenta candeline, il suo volto è cambiato. Ha perso i capelli, appare sciupato. È certamente scontroso. Nel 1991 mostrarsi in giro con certa brutta cera incute paura. L’AIDS si è portato via Freddie Mercury e miete vittime in un ambiente che prima pareva intoccabile: quello dei ricchi e famosi. Essere omosessuale, nei Novanta, diventa essere complici di qualcosa di terribile. “Eccoli gli untori!”, sembra pensare la società civile. Eccoli i deviati, i pervertiti, i colpevoli. La stampa continua a chiederglielo: “Michael, sei gay?”. E Stipe glissa. Passa oltre. Per anni. Un rocker non può essere gay. Poteva gestire la cosa Leonardo da Vinci 500 anni prima, ma non può lui, qui, in questo globo improvvisamente divenuto provincia. Quando tempo dopo, ormai ad outing compiuto, domandano a Stipe perché non avesse voluto chiarire il suo orientamento sessuale e ancor di più smentire le voci s’una sua possibile sieropositività, lui risponde: “Farlo sarebbe stato offensivo per chi stava vivendo il proprio inferno”. Dunque il mandolino di Losing My Religion (1991) non è solamente uno strumento insolito, ma una vera liberazione. Nella canzone Michael non perde alcuna religione ma afferma di averne abbastanza (l’espressione, sudista, significa appunto “perdere la pazienza”).

“Sono io quello messo all’angolo
Sono io quello sotto la luce dei riflettori”

Nel videoclip di Tarsem Singh, Stipe è cantore di un San Sebastiano trafitto dalle frecce. Ogni freccia, un’illazione. Ogni riflettore puntato sul naso, una violenza subita.

Quarant’anni. Ci si arriva da soli. È sempre così. Gli amici di sempre prendono altre strade e la vita inizia a chiederti il conto. Quando gli R.E.M. si ritrovano in tre per la dipartita di Berry (un aneurisma lo convince che è tempo di mollare le bacchette e tornare in campagna), il mondo cambia. Michael e gli altri capiscono che non sono più i ragazzi di una volta. Che non ci saranno sempre l’uno per l’altro. E che la musica può trasformarsi in un baratro come il bug del millennio minaccia di essere. I’ll Take The Rain (2001) è una canzone in cui Stipe racconta lo sfiorire della giovinezza (come sfiorisce un’estate nelle code della sera). La sua voce è rotonda, un po’ di barba incolta sagoma il mento geometrico.

“Mi hai messo a nudo
E mi hai segnato
Le promesse che facevamo”

I violini trascinano questa ballata in territori pericolosi. Perché quando la nostalgia è troppa il rischio è farsi investire come temporale che però Stipe decide di bere e prendere in pieno in faccia. Per Michael questo è il momento di fare altro. Di trattenere la vita. Scrive, si riavvicina al cinema, alla poesia, alla fotografia. Inizia a immaginare una vita senza band. Cosa che avviene puntuale nel 2011. Mike a quel punto porta nelle sue scarpe i suoi cinquant’anni. Il collasso del gruppo arriva ma senza sorpresa per nessuno. Gli ultimi dischi sono foto scolorite, anzi fotocopie di foto. Un momento di perdita di coordinate come quando i tuoi eroi scompaiono. La morte di Marlon Brando per Michael è spaventosa perché la perdita di un’icona è un pugnale nel costato e perché lo porta in prima linea del tempo. In quella Me, Marlon Brando, Marlon Brando And I (2011) forse per la prima volta si sente uno Stipe stanco. La chitarra febbrile di Buck accompagna, il coro di Mills lo sostiene a fatica.

“Viviamo e sogniamo i nostri eroi
Adesso tu aiutami a dormire”

Mike dice basta. Si prende dieci anni per sé. Scompare dalle scene. Cambia città, viaggia. Vive i suoi amori. Le sue passioni. Si fa crescere una barba chilometrica. Abita i suoi cinquant’anni con una libertà più profonda che nei suoi venti. Scavalla l’ennesimo decennio. Arriva fino ad oggi. A questa Drive To The Ocean, l’ennesimo contributo di Michael ai temi ambientali, il video è un tripudio di luce gialla.

“Guidare attraverso le montagne
Attraversando l’occidente fatiscente
Cantando come le balene
Prima che l’uomo fosse una peste”

Una nuova tappa per Stipe con questo singolo fatto uscire il giorno in cui compie sessant’anni. E naturalmente non è un caso. Da Athens all’Oceano ci sono 200 miglia. In mezzo centri commerciali e un deserto da superare e gettarsi alle spalle. Ancora una volta.

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