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Oasis: Don’t Look Back In Anger, una storia di maturità, gloria e connessione totale

Photo Credit: Official Artwork
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“Non avevamo finito”: il senso di una missione, di sentirla tale. “Abbiamo l’occasione di cambiare la narrazione della band”: la conferma di come non si sia trattato della squallida reunion che in tanti si aspettavano. Ogni frase nell’ottimo Oasis: Don’t Look Back In Anger è ricca di significato, quasi una sentenza. Il documentario (presentato al Festival del Cinema di Venezia alla presenza di Noel e Liam) celebra il ritorno dei fratelli Gallagher, ed è utilissimo a mettere insieme i pezzi per capire il successo per certi versi sorprendente degli Oasis 2.0. La perfetta gestione mediatica dell’hype, l’attesa spasmodica per i biglietti, infatti, sarebbero infatti state nulla se dopo ci fossimo trovati ad avere concerti scialbi, contraddistinti dalla poca professionalità che, ahimè, ha spesso accompagnato i Gallagher dal vivo nel corso degli anni passati.

Nulla di tutto ciò: fin dai primi giorni – che meraviglia, che meraviglia assoluta le telecamere fisse in sala prove – il peso delle aspettative responsabilizza Noel e Liam, che comprendono di avere una seconda chance con la storia. I vecchi compagni di avventure (Gem Archer, Andy Bell e soprattutto Bonehead, fondamentale per la genesi di questa reunion) fanno da ponte tra i due, affinché la chimica possa rinascere. Liam parla espressamente di rabbia da tirare fuori, demoni da esorcizzare.

Passano le settimane, arriva Cardiff, 4 Luglio 2026. La prima data. Il focus si sposta sui fan, che saranno d’ora in poi una costante di tutta la pellicola: gente proveniente da tutto il mondo per una notte storica, come se fosse la tua Nazionale a giocare per la prima volta la finale di un Mondiale. Non a caso, il capo della polizia di Cardiff ammonisce bonariamente i suoi colleghi durante il briefing pre concerto, spiegando di aver ricevuto alert sul pubblico della prima serata e su possibili eventi euforici fuori controllo, più simili a quelli di una partita di calcio che di un concerto. Accade qualcosa di clamoroso, per chi conosce bene i due fratelli: prima e durante il live Noel Gallagher, nonostante il cinismo che lo contraddistingue, inizia a farsi travolgere dalle emozioni (“Non mi rendevo conto di cosa significasse questa cosa per le persone”, dirà a fine concerto), Liam lo prende per mano all’entrata in scena, lo guida e lo aiuta a riprendersi la gloria insieme.

Già, la gloria: la benzina per la band, per due fratelli che scoprono quanto possa essere bello – con una nuova maturità – riprendere il discorso interrotto a fine anni ’00, quando gli Oasis erano ormai diventati un fenomeno dalla portata sempre più globale. Scorrono le immagini del tour, scorrono le storie dei fan: Dublino (con Noel che rende omaggio al sangue irlandese della sua famiglia), Brasile, Argentina (un fan tifoso del River Plate piange a pensare agli Oasis ospitati dal suo stadio, “è tutto per me”), Corea del Sud e, ovviamente, non può mancare Manchester, dove Liam dedica alcune canzoni ai fan in collina che non hanno trovato biglietto (o non potevano permetterselo).

Liam dichiara che certe canzoni degli Oasis non possono che essere cantate con rabbia (non a caso in scaletta è presente Bring It on Down, la più “violenta” della discografia a nome Oasis), e forse è anche per questo che la band ha rappresentato un’ancora di salvezza per tanti fan di più generazioni. Il senso di connessione totale col pubblico è costante durante tutta la pellicola, quasi come se ogni concerto fosse una messa pagana: un’onda emozionale che ha colpito moltissimo chiunque abbia assistito alla reunion dello scorso anno, che la pellicola (uscita non a caso quasi in concomitanza con l’annuncio del prossimo attesissimo tour) descrive molto bene.

Il film si conclude con i due fratelli seduti a un tavolo, finalmente insieme, tranquilli, soprendentemente saggi: la combo finale – attenzione: spoiler! – Burt Bacharach/Listen Up (forse la canzone più sottovalutata degli Oasis, con la migliore esecuzione vocale di sempre di Liam) è la botta finale che fa commuovere nuovamente un fan di vecchia data, che agli Oasis sarà per sempre grato.

Una malattia cronica chiamata britpop lo affligge dal lontano 1994 e non vuole guarire. Bassista fallito, ma per suonare da headliner a Glastonbury c'è tempo. Già farmacista, ha messo su la sua piccola impresa turistica. Scrive per Il Cibicida dal 2009.
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