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Quei lunatici di Stanley Kubrick e dei Pink Floyd: storia di un amore mai nato

La scena è quella celebre dello stargate. Il comandante Browman si ritrova risucchiato in un vortice spaziale. Il suo volto si deforma. Le luci sono psichedeliche. Il viaggio è straziante. La scena dura lunghissimi 9 minuti e 38 secondi. Lo spettatore è trasportato in un trip folle. Stanley Kubrick sceglie come tappeto sonoro della sequenza Atmosphere, suite del compositore ungherese György Ligeti. Se ancora non si è capito, ci troviamo nei territori di 2001: Odissea nello spazio. Anno 1968. Il film sullo spazio. Il film che, lo spazio, lo ha vaneggiato meglio di ogni altro perché ne ha raccontato illusioni, religione, libertà, filosofia. Lo spazio come cambiamento, come ignoto. Ecco, è il 1968, dicevamo. L’allunaggio dell’Apollo 11 avverrà un anno dopo, ma già la materia cosmica appassiona la gente comune. Alzare il naso al cielo e sognare di superare quella cortina è afflato irrefrenabile. L’aspirazione di mondi altri, insomma, non è di proprietà esclusiva degli addetti ai lavori della Nasa, se non invece una questione che si fa addirittura popolare. Ma torniamo alla scena dello stargate.

Quando esce “Odissea”, i Pink Floyd sono già i Pink Floyd. Nel 1967 hanno pubblicato l’epocale “The Piper At The Gates Of Dawn” e, un mese dopo l’uscita del film di Kubrick, il loro secondo album “A Saurceful Of Secrets” popola i negozi di mezza Europa. I light show floydiani sono un must assoluto. Le loro suite, naturalmente spaziali, pura avanguardia tecnologico-musicale. E allora perché Kubrick non pensa alla band per il suo film? Perché non si affida a loro, ad esempio, per la scena dello stargate? La risposta, secondo molti, è semplice. Kubrick prediligeva la musica orchestrale. Negli anni ha infarcito di Beethoven, Rossini, Schubert, Vivaldi, Bach i suoi film. E proprio dal contrasto musica classica-scene forti ha tratto uno stile. Ma quella volta c’è qualcosa in più. Dietro al mancato matrimonio con i Floyd, si cela una questione lunare, di lune storte. Quelle sue e quelle dei Pink Floyd.

La storia è questa. I tre anni di riprese che coinvolgono Kubrick in “2001: Odissea nello spazio” non passano inosservati. L’eco di quel gigantesco film sulla fantascienza a cui sta lavorando fa il giro del mondo e arriva anche agli Abbey Roads Studios dove i Pink Floyd costruiscono la loro musica. È così che Roger Waters e compagni, colpiti dal tam tam, contattano il regista per proporre una collaborazione. Hanno del materiale perfetto per lui. Ai Floyd piace lo spazio, piace l’ignoto. E poi Stanley ha raccontato la guerra sporca, Stanely è un inglese acquisito. “È uno di noi” – sembra pensare Waters. E invece no. SBAM. Porta in faccia. Kubrick rifiuta senza possibilità di replica. Non è tipo che ascolta consigli, non è tipo che accetta candidature. Il suo prodotto è il risultato delle sue scelte: dalla più determinante alla più insignificante. La colonna sonora è un tema sacro. Decide lui, in base ai suoi gusti e secondo i suoi “modi”. Con i compositori Alex North e György Ligeti, ad esempio, il rapporto in “Odissea” inizia idilliaco e finisce nelle aule di tribunale per infrazioni plateali del Maestro… che ritaglia, ingaggia, rinnega. Si appropria illegalmente di tutta la musica che reputa necessaria infischiandosene di contratti, accordi o altro.

Dunque Kubrick, i Pink Floyd, non se li fila di striscio. Ma, a lune storte, Rogers Waters e compagni non sono da meno. E la vendetta è un piatto che va servito freddo. Due anni dopo il grande rifiuto, il 1970 è tempo per i Floyd di Atom Heart Mother e per Kubrick delle riprese di Arancia Meccanica. Un giorno a Stanley non pare vero imbattersi in una canzone di 23 minuti tanto folle quanto il film che vuole realizzare. Si tratta della suite iniziale di un disco rappresentato in copertina da una normalissima mucca in posa in mezzo a un prato verde. “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd è un lunghissimo e schizofrenico viaggio segnato da esplosioni, sali-scendi, cori morriconiani, organo hammond, ricami di chitarra, momenti bandistici. Un’abbuffata di suoni. Kubrick urla: “È la canzone che voglio!”, la vuole a tutti i costi. È sua. Non ci sono discussioni. Già li immagina i suoi drughi, fasciati di bianco, menar violenza sulle note scostanti di quella suite. Ma il no stavolta arriva dai Pink Floyd. Ricorda Roger Waters: “Stanley ci chiamò dicendoci che voleva la nostra canzone. Noi gli dicemmo ‘Ok, ma che ne vorresti fare?’. Lui rispose: ‘Non lo so ancora, ma la voglio usare come voglio e quanta ne voglio‘. Allora gli rispondemmo: ‘Bene, niente da fare, non te la diamo’”. Un no secco al più grande regista del momento. Il ventisettenne Roger che spernacchia il cinquantenne Stanley. Una guerra stellare. Una battaglia con spade laser. La ripicca è servita, a farne le spese tutti noi privati di una collaborazione scritta nel destino. Kubrick rifiuta i Pink Floyd, i Pink Floyd rifiutano Kubrick. Ma che cosa succede? Che Cosa ne pensano gli dei dell’arte? Non si ribellano? Il fato è più forte di ogni cosa.

Ma non è mica finita qui, c’è addirittura un terzo atto della storia. Vent’anni dopo, nel 1991, i Pink Floyd non sono più quelli di prima. Senza Waters, Gilmour-Mason-Wright cercano una direzione da tenere. Roger invece è già proiettato s’una carriera solista ben assestata. Quell’anno infatti sta lavorando al suo terzo disco intitolato Amused To Death. E per il suo lavoro vuole a tutti i costi un inserto della voce metallica di HAL9000, il computer parlante di “2001: Odissea nello spazio”. Secondo voi che cosa gli risponde Kubrick? Picche, naturalmente. La memoria del Maestro è robusta e implacabile. Il rifiuto è ancora una volta sonoro. Trent’anni di tentativi, trent’anni di rifiuti per un matrimonio che, evidentemente, non s’aveva da fare.

Ma un colpo di scena nonostante tutto c’è. Stanley e Roger non avevano considerato internet. E su internet, si sa, può succedere di tutto, anche a propria insaputa. Qualcuno ha sposato Kubrick e i Floyd senza che se ne accorgessero. E finalmente, cinquant’anni dopo, la scena dello stargate è musicata dai Pink Floyd. La canzone utilizzata è Echoes e l’Eros che ha scoccato la freccia per farli incontrare è l’utente barrettproduction nel 2012.

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